Investigatore Privato_Infedeltà coniugale e addebito

Infedeltà coniugale: la responsabilità spetta in capo al coniuge che, con il proprio comportamento colpevole, ha reso intollerabile la convivenza.   Si può tradire per primi e anche per secondi. In una coppia sposata, il tradimento è considerato, in linea di massima, un comportamento colpevole, contrario ai doveri del matrimonio, sia socialmente che a livello legale. Ma non sempre. Esiste il tradimento di riflesso, quello cioè del coniuge che si sente abbandonato e solo. O quello di chi, tradito, ritiene sia giusto rendere pan per focaccia. Così, in ipotesi di questo tipo, ci si chiede spesso a chi spetta l’addebito. La questione è stata analizzata più volte dalla giurisprudenza e può essere semplificata in alcune regole molto empiriche.   Il tradimento e l’addebito   Il tradimento non sempre è causa di addebito. Cerchiamo di spiegarci meglio rappresentando due situazioni concrete che potrebbero verificarsi in qualsiasi coppia. Antonella è sposata con Paolo. Paolo un giorno trova nella tasca di Antonella le prove del suo tradimento. Così chiede la separazione da lei. Antonella è disoccupata, Paolo invece ha un lavoro full time. Nell’esempio appena considerato, siamo dinanzi a un tipico caso di infedeltà coniugale. Le conseguenze di questo comportamento si riverberano solo nella causa di separazione e divorzio (non ci sono cioè altre conseguenze né sotto l’aspetto penale né risarcitorio). In particolare, il giudice pronuncia il cosiddetto “addebito” ossia accerta l’avvenuta violazione, da parte di uno dei due coniugi, delle regole relative al matrimonio (fedeltà, convivenza, assistenza morale e materiale, ecc.).   Quando tale violazione è l’unica ed effettiva causa della rottura matrimoniale – sicché viene pronunciato l’addebito – si verificano due conseguenze:  il coniuge infedele, anche se privo di reddito, non può più chiedere l’assegno di mantenimento all’ex;  oltre alla perdita del diritto al mantenimento, l’addebito comporta anche la perdita dei diritti di successione: in pratica, il coniuge infedele non può essere erede dell’altro qualora questi dovesse morire tra la data di separazione e quella del divorzio (dopo il divorzio i diritti di successione cessano in ogni caso).   Il tradimento per ripicca: cos’è?   Antonella è sposata con Paolo. Lei è disoccupata mentre il marito ha uno stipendio di lavoro dipendente. Un giorno, Paolo trova una chat tra la moglie e un altro uomo. Così le contesta il tradimento. Lei, però, gli rinfaccia lo stesso comportamento che lui aveva tenuto qualche mese prima e che lei aveva provato a perdonare, ma invano. Da quel giorno, infatti, i due, pur avendo tentato di ricostruire un’unione familiare, avevano comunque rallentato i loro rapporti e il clima in famiglia era diventato teso e formale. Nell’esempio appena citato, il tradimento della moglie non è la causa effettiva dell’intollerabilità della convivenza, essendo piuttosto la conseguenza di una situazione già maturata anteriormente per altra ragione. È verosimile, infatti, che la moglie abbia tradito per vendetta, ossia per ripicca o, comunque, perché non più attratta dal marito.   Insomma, affinché il tradimento produca la dichiarazione di addebito da parte del giudice è necessario che da esso soltanto – e non da altre ragioni – sia scaturita l’intollerabilità della convivenza. Viceversa, se dovesse risultare che la convivenza era già divenuta intollerabile per altri motivi, come nel caso di un precedente tradimento o dell’abbandono del tetto coniugale, il giudice dichiarerà l’addebito a carico dell’altro coniuge.   Come dimostrare il tradimento per ripicca?   Il tradimento è un comportamento talmente grave rispetto ai doveri matrimoniali da ritenersi sempre, di per se stesso, causa di rottura dell’unione materiale e materiale dei coniugi. Sicché, dinanzi alla prova di un tradimento a carico di un coniuge, spetterà a quest’ultimo – per evitare la pronuncia di addebito – dimostrare che il matrimonio era già naufragato per altre ragioni. Il fatto di aver in precedenza dichiarato di perdonare un tradimento dell’ex, non impedisce al coniuge tradito di sollevare, in un momento successivo, dinanzi al giudice, nell’ambito di una causa di separazione, la richiesta di addebito se risulta che la coppia non è riuscita a superare il momento di crisi. Una cosa, infatti, è mostrarsi disponibili a tentare di ricucire il rapporto, un’altra è invece riuscirci. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina.

Investigatore Privato_Doppia multa nello stesso giorno: si pagano entrambe?

Quando si prendono più multe nella stessa occasione si può pagare un solo verbale o bisogna pagarli tutti quanti?   Prendere due multe nella stessa occasione è davvero un colpo di sfortuna, ma non è così infrequente. Ad esempio, se una persona attraversa la stessa strada e, sia all’andata che al ritorno, incappa nel medesimo autovelox subirà due contravvenzioni. L’automobilista che ignora un divieto di transito, nel centro urbano, per le auto non munite di pass Ztl, verosimilmente verrà fotografato due o più volte dalle telecamere all’ingresso nei vari varchi. In questi casi, è possibile invocare uno sconto sull’importo da pagare alla polizia? In caso di doppia multa nello stesso giorno, si pagano entrambe? La risposta è chiaramente scritta nel Codice della strada per come interpretato più volte dalla giurisprudenza.   Quando le violazioni scaturiscono da comportamenti diversi e autonomi   In caso di doppia multa nello stesso giorno, se si tratta di diversi comportamenti posti in contesti tra loro autonomi, bisognerà pagare tante contravvenzioni per quante sono state le infrazioni al Codice della strada. Così, ad esempio, se una persona incappa prima in un autovelox e, dopo alcune decine di metri, passa col rosso, subirà due autonomi verbali che non subiranno alcuno sconto, nonostante la vicinanza temporale tra le due violazioni. La soluzione è identica se l’automobilista passa due volte dallo stesso autovelox, una volta all’andata e un’altra al ritorno, anche se a distanza di pochi minuti l’una dall’altra. Anche qui bisognerà pagare tutte le multe ricevute perché si tratta di comportamenti tra loro diversi e autonomi.   Quando le violazioni scaturiscono dallo stesso comportamento   Con lo stesso comportamento si possono poi violare anche più norme, che possono essere tra loro diverse o uguali. Iniziamo dalla prima ipotesi ossia quando, con la medesima condotta, vengono trasgrediti divieti differenti posti dal Codice della strada. Si pensi a un conducente che non solo attraversa il rosso, ma lo fa anche violando i limiti di velocità o a chi, in prossimità del semaforo, cambia di corsia nonostante la linea continua sull’asfalto per poi deviare dove non potrebbe. O ancora a chi, all’incrocio, non dà la precedenza a chi viene da destra e si immette in una strada violando il senso unico. In questi casi, il Codice della strada stabilisce che si applica la sanzione prevista per la violazione più grave aumentata fino al triplo.   Si può verificare, poi, che lo stesso comportamento determini la violazione di più norme del Codice della strada tra loro identiche. Si pensi a un lungo rettilineo dove, a distanza di pochi metri, sono posti due semafori e al conducente che, per passare prima, li attraversa entrambi nonostante il rosso. Oppure a chi, sulla stessa strada, viene fotografato da due autovelox posti a distanza ravvicinata l’uno dall’altro. Anche in questo caso, si applica la regola che abbiamo detto in precedenza: in presenza cioè di più multe stradali per la stessa violazione, scatta la sanzione della violazione più grave aumentata fino al triplo.   Quando si paga una sola volta la doppia multa?   Come abbiamo detto, affinché si possa pagare una sola multa – seppur aumentata del triplo – è necessario che le violazioni al Codice della strada scaturiscano dallo stesso comportamento; esse devono essere unite dalla “medesima condotta”. In particolare, i singoli atti devono essere coordinati e legati da “unicità del fine” cui sono diretti e da contestualità; in altri termini, non ci deve essere una notevole interruzione temporale tra le differenti violazioni del Codice. Questa regola – meglio chiamata cumulo giuridico o concorso formale di violazioni – si applica solo in fase di pagamento della multa e non di elevazione del verbale. In altri termini, il poliziotto è tenuto a elevare tante multe per quante sono state le infrazioni; tuttavia, all’atto del pagamento, il trasgressore potrà ottenere lo sconto suddetto, chiedendo appunto il cumulo, con pagamento di una sola sanzione aumentata del triplo. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina.

Investigatore Privato_Cosa rischia chi si fa timbrare il badge dal collega quando non è al lavoro?

Di recente, si è assistito a un inasprimento delle pene per gli autori di tale illecito ai danni del datore di lavoro. Soprattutto nell’ambito della Pubblica Amministrazione, la condotta comporta l’immediato licenziamento e la responsabilità del capo gerarchico in caso di mancata segnalazione ai vertici dell’ente. Della violazione risponde anche chi abbia agevolato con la propria condotta attiva o omissiva la condotta fraudolenta. Tuttavia, più di recente, la Corte Costituzionale è intervenuta sull’argomento per chiarire se la risoluzione del rapporto di lavoro è l’unica possibile sanzione.   E’ giusto il licenziamento? In generale, la legge e la giurisprudenza hanno sempre rimarcato il ruolo residuale del licenziamento quale misura disciplinare. Solo laddove la condotta posta dal dipendente sia talmente grave da rompere definitivamente il rapporto di fiducia che deve legare quest’ultimo al datore può scattare la risoluzione del contratto. In tutti gli altri casi, sarà bene adottare una misura disciplinare meno grave, come la sospensione o il richiamo scritto. In linea generale, il principio di eguaglianza e ragionevolezza previsto dall’articolo 3 della Costituzione esige che il licenziamento sia sempre suscettibile di un giudizio di proporzionalità in concreto, sicché la relativa applicazione non può essere di regola automatica, ma deve essere mediata dalle valutazioni di congruità cui è deputato il giudice. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina.

Investigatore Privato_Divorzio, mantenimento e assegnazione casa coniugale

All’ex marito con più disponibilità l’obbligo di pagare il canone di locazione dell’immobile assegnato alla ex moglie in quanto genitore collocatario   La Cassazione torna ad occuparsi di problematiche economiche legate al divorzio nell’ordinanza n. 12058/2020, in cui conferma la decisione del giudice di seconde cure di eliminare l’obbligo del marito al mantenimento alla ex moglie che lavora, ma di gravarlo del pagamento dei canoni di locazione dell’immobile in cui abita la donna con le figlie, in quanto genitore collocatario. La Corte d’Appello infatti riforma la decisione di primo grado resa nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio e revoca l’assegno mensile di 600 euro per la moglie, lasciando a carico del marito le altre condizioni relative al mantenimento delle figlie e al pagamento dei canoni di locazione della casa assegnata alla ex.   L’ex marito insoddisfatto dall’esito del giudizio però ricorre in Cassazione sollevando i seguenti motivi di ricorso:   Con il primo e il secondo contesta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 6 della legge n. 392/1978 in quanto il giudice dell’appello ha posto a suo carico il canone di locazione anche se la casa è stata assegnata alla moglie che vi abita con le due figlie, senza indicare le ragioni di tale decisione e senza tenere conto del reddito della ex.   Con il terzo e il quarto invece denuncia la violazione e la falsa applicazione degli articoli 4 e 13 della legge sul divorzio n. 898/1970, perché il giudice ha ignorato le condizioni economiche delle parti e i fatti sopravvenuti. L’ex marito riferisce infatti che lo stipendio della ex moglie, da 1.619,00 euro è salito a 1800,00. La donna dispone inoltre di un appartamento di cui non paga il canone. Non solo, il giudice del gravame ha eliminato l’obbligo di corresponsione dell’assegno in favore della moglie a partire dal passaggio in giudicato della sentenza e non dalla domanda.   Ricorre in via incidentale anche la moglie, opponendosi al mancato riconoscimento dell’assegno di mantenimento in suo favore, visto che il marito è titolare di un reddito mensile di 6000 euro. La Cassazione con l’ordinanza n. 12058/2020 respinge entrambi i ricorsi dei coniugi perché infondati. Per gli Ermellini il giudice dell’impugnazione non ha trascurato nessuno degli elementi allegati dalle parti. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina.

Investigatore Privato_Indagini sui dipendenti

Sono molti i frangenti in cui un’azienda, per tutelare i propri interessi, ha bisogno di svolgere una serie di verifiche e controlli a carico dei propri dipendenti. Di seguito, vediamo quali sono le normative di riferimento in vigore e qual è la procedura più corretta da seguire per effettuare delle indagini specifiche senza violare la privacy dei lavoratori. Come spiega Salvatore Piccinni – Managing Director Head of Southern Europe di Inside Intelligence & Security Investigations, esistono svariati motivi che possono spingere un’azienda a disporre indagini di controllo nei confronti di uno o più dipendenti. Tra questi vi è di certo l’assenteismo, ossia una o più assenze non giustificate (o falsamente giustificate) dal luogo di lavoro; in genere, un comportamento assenteista integra altri tipo di abusi o violazioni che l’azienda potrebbe voler dimostrare, come ad esempio una certificazione medica falsa o l’utilizzo improprio dei permessi, sia quelli sindacali sia quelli erogati in base alle disposizioni della Legge n. 104 del 1992. Anche gli atti di concorrenza sleale o un doppio lavoro non autorizzato possono rappresentare valide motivazioni per commissionare indagini sui dipendenti, così come le verifiche inerenti alla sicurezza dei sistemi informatici e digitali nel caso in cui si sospetti (o si abbia la certezza) di una fuga incontrollata di informazioni riservate e dati sensibili. In linea generale, un’azienda decide di disporre una procedura di indagine a carico di uno o più lavoratori alle proprie dipendenze nel momento in cui la loro condotta risulti contraria agli obblighi del lavoratore (fedeltà e diligenza) o al regolamento interno oppure possa risultare lesiva nei confronti della buona riuscita delle attività aziendali, comportando un danno sia economico che reputazionale.   Come si indaga sui dipendenti Per effettuare le indagini sui dipendenti è consigliabile rivolgersi ad un’agenzia investigativa specializzata in servizi di questo genere. Il mandato di indagine può essere conferito dal titolare dell’azienda in prima persona oppure dal legale rappresentante: nel momento della stipula del contratto, le parti fissano gli obiettivi dell’indagine. La prima fase dell’iter investigativo consiste nell’individuazione del target: gli agenti incaricati, a tal proposito, acquisiscono tutta la documentazione disponibile relativa al dipendente da sottoporre ad indagine (curriculum, contratto, referenze esterne, turni di lavoro e quant’altro). In tal modo, è possibile tracciare un profilo personale e professionale dell’individuo indagato, ottenendo i riferimenti per l’implementazione della fase successiva: l’osservazione. Essa può essere statica (passiva) o dinamica (attiva), a seconda che si tratti, rispettivamente, di un appostamento o di un pedinamento. Entrambe le procedure consentono di raccogliere materiale fotografico e video per mezzo del quale gli agenti possono collocare il dipendente entro un determinato contesto spazio temporale: ciò risulta particolarmente utile per confutare certificati medici falsi, abusi di permessi retribuiti, doppio lavoro non autorizzato e altre pratiche di carattere assenteista. Le indagini possono essere integrate da verifiche di altro tipo, come ad esempio quelle volte a rintracciare una seconda fonte di reddito (quasi sempre riconducibile ad un’attività lavorativa parallela o attività concorrenziali potenzialmente illecite). Dalle informazioni riportate nel curriculum, gli agenti possono approntare anche un altro tipo di verifica: quella relativa ai ‘precedenti’ lavorativi del dipendente, specie se questi ha cambiato molto spesso impiego. Gli investigatori possono verificare se le interruzioni dei rapporti di lavoro precedenti sono imputabili ad una condotta poco professionale o sleale da parte del dipendente. Quando la procedura investigativa è giunta al termine, perché gli obiettivi sono stati raggiunti o perché non è possibile reperire ulteriori riscontri, gli agenti incaricati stilano una relazione tecnica che illustra il lavoro svolto ed i risultati ottenuti. Il documento può assumere valore probatorio nel caso in cui, sulla base dei riscontri evidenziati dall’indagine, il datore di lavoro procede alla rescissione del contratto e il dipendente fa ricorso avverso tale provvedimento: in un frangente simile, il mandante del licenziamento potrà ottemperare all’onere della prova (previsto dall’articolo 2697 del Codice Civile) anche per mezzo di quanto sottolineato dagli investigatori all’interno della relazione tecnica.   Come indagare senza commettere violazione della privacy Come già accennato, le indagini sui dipendenti possono scontrarsi con il rispetto della privacy. In generale, è possibile effettuare investigazioni a carico dei dipendenti, purché rispettino le disposizioni dell’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori: “È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”. In altre parole, è possibile indagare sui dipendenti, purché le indagini non riguardino fatti che non siano strettamente inerenti alla sfera professionale e lavorativa; a tale scopo, lo Statuto limita l’utilizzo di telecamere ed altri dispositivi. L’articolo 4 (“Impianti audiovisivi e altri strumenti di controllo”) stabilisce quanto segue: “gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali”. Tale disposizione vieta quindi l’installazione di un impianto audiovisivo per controllare o indagare i dipendenti. Inoltre, le informazioni raccolte per mezzo dei dispositivi autorizzati “sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli”. Per quanto attiene più in generale la privacy dell’individuo, è necessario fare riferimento ad alcuni articoli del Codice Penale che vietano la “violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza” (articolo 616), le intercettazioni, sia in termini di “cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche” (articolo 617), sia per quanto concerne la “diffusione di riprese e registrazioni fraudolente”, disciplinato dall’articolo 617 septies il quale punisce “chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte

Allontanamento casa coniugale prima della separazione

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Allontanamento casa coniugale prima della separazione L’abbandono del tetto coniugale con figli o senza può essere causa di addebito della separazione. Infatti, il matrimonio comporta una serie di doveri, quali l’obbligo di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di collaborazione e appunto di coabitazione. Tuttavia, esistono cause giustificative dell’allontanamento dall’abitazione familiare, come ad esempio: Un valido motivo di allontanamento dalla casa familiare è dovuto alla presentazione della domanda di separazione. Le ragioni sono ovvie: se i coniugi hanno proposto la domanda di separazione è perché non intendono più vivere insieme, per cui abbandonare la casa coniugale è solo una conseguenza della separazione. Lo stesso vale nel caso non sia stata proposta domanda di separazione ma quella di annullamento del matrimonio. Addirittura una sentenza della Cassazione ha ritenuto giusta causa di allontanamento la presenza di una suocera eccessivamente invadente. Se invece entrambi i coniugi hanno scelto di avere due residenze separate per motivi professionali, questo non può essere causa d’addebito. In definitiva, per rispondere alle domande “Quando posso lasciare l’abitazione coniugale?” o “lasciare il tetto familiare è reato?”, si può concludere che: lasciare l’abitazione familiare prima della separazione è lecito solo se  vi è una consistente crisi coniugale in essere. Non basta ad esempio addurre i litigi col consorte. Abbandono del tetto coniugale. Quando è possibile? L’allontanamento dalla casa coniugale che avvenga prima della separazione è lecito se è in atto una grave crisi. La legge non impone di continuare la convivenza con il coniuge se la situazione matrimoniale è degenerata e non esistono possibilità di recupero. In presenza di valide motivazioni l’allontanamento dalla casa coniugale è legittimo. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina. [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Sclerosi multipla e separazione

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Sclerosi multipla e Separazione   La legge dice che ci si può separare quando la convivenza è divenuta “intollerabile”. Non è quindi necessario che vi sia una colpa da parte di uno dei due coniugi. La situazione di incompatibilità può essere dettata anche da semplici divergenze di opinioni e di carattere, dal venir meno dell’amore, dalla lontananza fisica, ecc. Anche se in teoria bisognerebbe motivare le ragioni dell’intollerabilità, nei fatti non è condizione per ottenere la separazione e il successivo divorzio: il giudice si limita a prendere atto di ciò che viene dichiarato davanti a sé, ritenendo già questo una prova sufficiente dell’intollerabilità della convivenza. Per dirsi addio è sufficiente recarsi in tribunale, per il tramite di un avvocato, e chiedere la separazione. Se l’altro coniuge accetta le condizioni del distacco, si procede a una separazione consensuale, altrimenti si instaura una causa (separazione giudiziale). Se però la richiesta di separazione è stata causata da una colpa dell’altro coniuge (comportamento violento e aggressivo, tradimento, abbandono della casa, disinteresse e mancata assistenza in un momento di necessità) c’è l’addebito. L’addebito è una sorta di “sanzione” (anche se, propriamente, non può essere definito tale); in pratica chi viene dichiarato responsabile della rottura del matrimonio (e quindi subisce l’addebito) non può: Abbandonare il coniuge malato comporta l’addebito La Cassazione ha ricordato che tra i doveri del matrimonio vi è quello della reciproca assistenza morale e materiale, il che significa aiutarsi l’un l’altro sia economicamente che fisicamente. In questo rientra ad esempio il dovere dei rapporti sessuali e il supporto nei momenti di difficoltà psicologica (ad esempio per un licenziamento o per la perdita di un genitore). Ma l’assistenza è anche economica (così il coniuge che non lavora deve provvedere alla casa o cercare un’occupazione) e materiale. Nell’assistenza materiale rientra quella del coniuge eventualmente malato. Se ti fratturi una gamba e non puoi guidare l’auto per recarti dal medico, è obbligo di tua moglie accompagnarti laddove possibile; se soffri di depressione e tuo marito ti lascia sempre sola, magari umiliandoti, è certamente responsabile. Chi abbandona il coniuge malato quindi subirebbe di certo l’addebito se quest’ultimo dovesse chiedere la separazione. Nel caso deciso dalla sentenza in commento della Cassazione, è stato ritenuto ingiustificato il comportamento dell’uomo che «si era allontanato dalla casa familiare, aveva una relazione extraconiugale e non aveva prestato alla moglie la necessaria assistenza materiale e morale», nonostante «le accertate condizioni di salute» della donna. Affinché però la separazione possa essere addebitata al coniuge che abbandona l’altro è necessario dimostrare che proprio questo comportamento sia stato la causa della rottura. Se invece dovesse risultare che la coppia era già in crisi per cause diverse allora non si avrebbe più addebito. Eccezionalmente abbandonare il coniuge malato può essere reato; succede quando questi è completamente incapace di provvedere ai propri bisogni primari. Si pensi a un malato di Alzheimer o a chi è disabile al 100% o è in chemioterapia e non può badare a sé stesso. In tal caso scatta il reato di «abbandono di persone incapaci». Questo è quanto ha stabilito la Cassazione. La sentenza ha condannato una moglie per il reato suddetto perché, pur avendo sposato il marito già malato di una patologia genetica degenerativa, si era allontanata da casa per un breve periodo. In linea generale, chi abbandona il coniuge invalido o disabile non solo contravviene all’obbligo di assistenza, ma soprattutto mette in pericolo l’incolumità fisica dell’altro, che in quel momento è un “soggetto bisognoso” considerata l’età, le condizioni fisiche e mentali. Nei momenti di vulnerabilità del consorte si ha un dovere di custodia. In assenza di essa si crea una situazione di pericolo anche solo potenziale; ne deriva che il coniuge è responsabile anche quando l’abbandono sia parziale. Ci si può separare a causa della malattia? Il divieto di abbandonare il coniuge, tanto più se malato, non implica però che non ci si possa separare da lui. Come detto, la separazione scatta anche quando ci si è stancati del matrimonio, il che può derivare da diversi fattori. Poiché è moralmente riprovevole chiedere una separazione a causa dell’altrui malattia, basterà dire al tribunale che la causa di scioglimento è l’intollerabilità della convivenza. Per non subire l’addebito però è necessario non allontanarsi da casa prima che intervenga la sentenza del giudice. Difatti, come abbiamo detto, la responsabilità (penale e/o civile) scatta solo se c’è l’abbandono. In sintesi, se il coniuge si ammala si può chiedere la separazione ma non si può abbandonarlo prima che sia il tribunale ad autorizzare la cessazione della convivenza. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina. [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Separazione per disturbo bipolare

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Separazione per disturbo bipolare Sono molte le storie di coppie e si lasciano a causa di alcuni disturbi psichici come il disturbo bipolare. Spesso però la domanda che pongono maggiormente le persone è: ho il diritto di lasciare il mio partner in un momento di difficoltà o a causa di u disturbo di questo tipo? o semplicemente verrà scambiato come abbandono di una persona in difficoltà?[/vc_column_text][vc_column_text] Separazione per disturbo bipolare Coniuge con disturbi psichiatrici: si può chiedere la separazione o si rischia l’addebito? Come spesso accade la risposta non può essere sempre univoca per tutti, perchè prima di ogni cosa ci sono i contesti e le situazioni differenti che caratterizzano quelle che poi sono gli individui e le loro azioni all’interno di una storia. Non si può generalizzare il disturbo bipolare in una serie di atteggiamenti e comportamenti univoci per chiunque, infatti in primo luogo bisognerebbe capire cosa realmente in concreto sta vivendo la persona che ha come partner un soggetto afflitto di bipolarismo. Chiaramente ogni persona ed ogni giudice potrebbe ritenere diverse situazioni più o meno sopportabili ed altre più o meno pericolose al fine di propendere a volte in un modo altre volte in un altro a fronte anche della stessa patologia.[/vc_column_text][vc_column_text] Coniuge con disturbo bipolare: si può chiedere la separazione? La questione è stata più volte affrontata dalla giurisprudenza con alterne vicende, influenzate in gran parte dai fatti concreti. Vediamo quali sono stati i precedenti più interessanti sul caso e quali sono le conseguenze in caso di separazione per disturbo bipolare non solo in merito al cosiddetto «addebito» ma anche per quanto attiene all’affidamento dei figli. Come chiarito da altra giurisprudenza, la condotta di un coniuge infermo di mente, qualora si manifesti in atteggiamenti pesanti e difficili da sopportare, giustifica la reazione dell’altro coniuge che, sebbene non esemplare né lodevole, va considerato con «umana comprensione» e non può giustificare una pronuncia di separazione con addebito. Insomma, chiedere la separazione da un coniuge con un disturbo bipolare non ha alcuna ricaduta di tipo legale. Ricordiamo, ad ogni modo, che l’addebito ha come unica conseguenza la perdita del diritto al mantenimento e dei diritti successori. Questo significa che la moglie che si separa dal marito malato di mente non perde l’assegno mensile, né lo perde l’uomo nell’ipotesi in cui sia lui il coniuge col reddito più basso. [/vc_column_text][vc_column_text] La malattia psichica del genitore può incidere sull’affidamento dei figli? Esattamente come per la separazione il disturbo bipolare non è considerato a priori una malattia tale da escludere la crescita dei propri figli, ma anche in questo caso bisogna andare a vedere concretamente caso per caso. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Verbale e guida in stato di ebbrezza senza tasso alcolemico

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Verbale e guida in stato di ebbrezza senza tasso alcolemico Può la polizia contestarti la guida in stato alcolemico senza un effettivo riscontro da parte dei nuovi sistemi tecnologici? La risposta è si! Come ha sempre fatto la polizia nel momento un cui decide di fermare un possibile sospetto può decidere di basarsi sulle proprie impressioni e sensazioni. Del resto pensandoci questo è quello che è sempre avvenuto prima che la polizia potesse predisporre dei meccanismi tecnologi per poter stabilire un effettivo stato di ebbrezza come l’etilometro o il “palloncino”[/vc_column_text][vc_column_text] Se manca l’etilometro, come può la polizia stabilire se il conducente è ubriaco? La risposta è delle più banali: la polizia può ricorrere alle sensazioni che noi tutti usiamo per stabilire se una persona che ci è difronte è ubriaco oppure no: Scarso senso dell’equilibrio Occhi Rossi Discorso senza un filo logico Alito alcolico Guida spericolata Distorsione degli spazi e delle distanze Difficoltà nel linguaggio [/vc_column_text][vc_column_text] Cosa succede se si riceve un verbale per guida in stato di ebbrezza senza tasso alcolemico ? Come detto la Polizia può notificarti senza nessun dubbio tale verbale. ma il quesito più grande rimane quello rispetto alla gravità della sensazioni in riferimento alle nuove normative? Come fa la Polizia a sapere a quale soglia attribuire una persona che ha superato il limite? Come sappiamo a seconda delle varie fasce si possono ricevere sanzioni molto differenti: dalla semplice multa al ritiro della macchina e l’apertura di un reato penale. quindi? La legge differenzia la sanzione per tasso alcolemico in 3 scaglioni: Se il tasso alcolemico oscilla tra 0,5 e 0,8g/l, si configura solo un illecito amministrativo: il trasgressore è punito con una sanzione pecuniaria che va da 532 a 2.127 euro; a ciò si aggiunge la sospensione della patente di guida da tre a sei mesi. Se il tasso alcolemico supera gli 0,8 g/l scatta il penale. Infatti, se il tasso rilevato si assesta tra 0,8 g/l e 1,5 g/l le sanzioni sono: ammenda da 800 a 3.200 euro (l’ammenda è aumentata da un terzo alla metà quando il reato è commesso dopo le ore ventidue e prima delle sette del mattino); arresto fino a sei mesi; sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.   – Qualora il tasso alcolemico risulti addirittura superiore a 1,5 g/l, scatta: ammenda da 1.500 a 6.000 euro (anche in questo caso, aumentata da un terzo alla metà se il reato è commesso tra le ventidue e le sette del mattino); arresto da sei mesi a un anno; sospensione della patente di guida da uno a due anni (il periodo di sospensione va da due a quattro anni se il veicolo appartiene a persona estranea al reato). [/vc_column_text][vc_column_text] Dunque come opera la Polizia in questi casi? Un principio del nostro diritto impone che, in assenza di prova certa, non si può contestare un reato a nessuno. Così, per prudenza, alcuni giudici ritengono che, in presenza di elementi sintomatici che evidenzino lo stato di alterazione alcolica, gli agenti possono contestare solo la prima delle tre violazioni: quella cioè con un volume di alcol non superiore a 08 g/l. Siamo, quindi, nell’ambito della semplice sanzione amministrativa e non nel penale. Invece, nella sentenza in commento, la Cassazione ritiene che, se ben motivata, la contestazione può anche arrivare a contestare la soglia del reato, non importa se ciò avviene sulla base solo dei sintomi evidenziati dal conducente. «Nell’ambito dell’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza» si legge nella pronuncia in commento, la polizia e quindi anche il «giudice, può ritenere sussistente lo stato di ebbrezza in assenza di accertamento tecnico sulla base di altri elementi sintomatici, previa congrua ed adeguata motivazione in tal senso». «Non vi è motivo di ritenere che il nuovo sistema sanzionatorio precluda in modo assoluto oggi al giudice di poter dimostrare l’esistenza dello stato di ebbrezza sulla base di circostanze diverse dall’esito degli accertamenti strumentali». L’esame strumentale non costituisce, infatti, una prova legale; per cui il giudice può accertare le varie ipotesi di reato della guida in stato di ebbrezza sulla base di altri elementi sintomatici, ovviamente fornendo adeguata motivazione. Tale situazione era pacificamente riscontrabile nel caso di specie dove il personale medico dell’ospedale ha segnalato l’alterazione del senso di orientamento del ricorrente inducendo a ritenere che il grado di ebbrezza alcolica dell’uomo fosse superiore a quello consentito. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina. [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Posso installare una telecamera sul balcone?

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Posso installare una telecamera sul balcone? [/vc_column_text][vc_column_text] Secondo la Cassazione non commette reato il proprietario di casa che installa sul balcone una telecamera puntata sulla strada, che dunque riprende e registra i vicini mentre rincasano, parcheggiano o compiono altre attività. E ciò perché bisogna bilanciare le libertà individuali con le esigenze di sicurezza sociale: la videosorveglianza sull’area aperta al pubblico, allora, può essere ritenuta legittima quando serve al titolare dell’immobile a tutelare un bene fondamentale come la salute, la vita propria o della sua famiglia, la proprietà privata. In tali casi il trattamento dei dati personali può essere effettuato senza il consenso dell’interessato se è strettamente necessario alla realizzazione di un interesse costituzionale del responsabile del trattamento. La Corte ha affermato che «l’installazione di sistemi di videosorveglianza con riprese del pubblico transito non costituisce in sé un’attività illecita, né lo sono le concrete modalità di attuazione di tale condotta neanche se ciò può comportare un cambiamento delle abitudini da parte di alcuni vicini di casa» (magari costretti a fare “il giro largo” o percorsi alternativi per non finire nel mirino nell’impianto). Si tratta infatti di condizionamenti minimi se rapportati all’interesse del titolare dell’impianto, quello alla sicurezza personale e della sua abitazione. [/vc_column_text][vc_column_text]Quando il soggetto incaricato della notifica di un atto giudiziario o di una cartella di pagamento non ti trova in casa, l’atto viene notificato ugualmente mediante il deposito di una copia in Comune, adempimento di cui tu devi essere prontamente avvisato. Vediamo qual è la procedura. Vuoi sapere di più su come si svolge il lavoro di investigatore privato milano ? Visita la pagina.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]