Milano: Investigatore Privato; Leggi e norme che definiscono la convivenza in Italia e le sue implicazioni per la vita di coppia.
Leggi e norme che definiscono la convivenza in Italia e le sue implicazioni per la vita di coppia. La convivenza è un concetto sempre più frequente nella società contemporanea, con importanti implicazioni legali. Determinare quando due persone sono considerate conviventi è fondamentale per comprendere i diritti e i doveri che ne derivano. In questo articolo analizzeremo i fattori che definiscono la convivenza in Italia e le sue conseguenze giuridiche. * Cos’è la convivenza secondo la legge italiana? * Quali sono le differenze tra coppie sposate e coppie conviventi? * Cosa accomuna le coppie sposate con quelle conviventi? * Quali sono i criteri per essere considerati conviventi? * La convivenza è equiparabile al matrimonio o all’unione civile? * Come si può formalizzare la convivenza? Cos’è la convivenza secondo la legge italiana? La convivenza si riferisce a una situazione in cui due persone vivono insieme stabilmente, condividendo la vita quotidiana, senza essere sposate (per quelle eterosessuali) o legate da un’unione civile (per quelle omosessuali). La legge italiana riconosce e regola questa forma di coabitazione, attribuendo ai conviventi una serie di diritti e doveri, quasi gli stessi ormai che hanno le coppie sposate. Difatti, nell’interpretazione della giurisprudenza, ciò che conta è principalmente la formazione della famiglia che non il tipo di vincolo prescelto dalle parti. In particolare, l’articolo 1 comma 36 della Legge 20 maggio 2016, n. 76, definisce i conviventi di fatto come due persone maggiorenni, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da unione civile, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso Comune. Possono essere considerate conviventi tanto coppie eterosessuali quanto coppie omosessuali, indipendentemente dalla cittadinanza di entrambi. Quali sono le differenze tra coppie sposate e coppie conviventi? Al netto di tutte le assimilazioni che ormai la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione hanno fatto tra le coppie sposate e quelle conviventi, possiamo dire che le uniche differenze sono le seguenti: * per le coppie di conviventi non c’è bisogno di un processo legale per separarsi; * per le coppie di conviventi non è previsto l’obbligo di fedeltà; * il partner economicamente più debole non ha diritto all’assegno di mantenimento in caso di cessazione della convivenza, salvo diversa previsione in un eventuale contratto di convivenza; * i conviventi non sono eredi legittimi l’uno dell’altro. Per far sì che ciò avvenga è necessario redigere un testamento; * al convivente superstite non spetta il diritto di abitazione alla morte del proprietario dell’immobile se non per un periodo brevissimo pari a due anni o, se superiore, a quello della convivenza, ma mai superiore a cinque; * al convivente non spetta la pensione di reversibilità; * i conviventi non possono stipulare un fondo patrimoniale come le coppie sposate. Cosa accomuna le coppie sposate con quelle conviventi? Gran parte della disciplina prevista per le coppie sposate vale anche per i conviventi. Facciamo qualche esempio: * al convivente spettano i permessi della legge 104 per assistere il partner disabile; * al convivente collocatario dei figli spetta l’assegnazione della casa familiare se la coppia si separa; * l’ex partner convivente deve versare l’assegno di mantenimento per i figli in caso di separazione; * le spese fatte durante la convivenza si considerano come conseguenza dell’obbligo di solidarietà familiare e pertanto, in caso di separazione, non devono essere restituite; * i conviventi hanno il dovere di assistenza reciproca; * in caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali, secondo le regole previste per i coniugi e i familiari; * al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato. Quali sono i criteri per essere considerati conviventi? Per essere considerati conviventi, è necessario che ci sia una coabitazione stabile e continuativa. Non è sufficiente una semplice condivisione dell’abitazione; è richiesta una relazione affettiva e una vita in comune che implichi l’assunzione reciproca di obblighi morali e materiali. Di norma è richiesta anche una relazione sessuale, ma questa chiaramente non è suscettibile di controllo. La convivenza è equiparabile al matrimonio o all’unione civile? No, la convivenza non è equiparabile né al matrimonio né all’unione civile. I conviventi non godono della totalità dei diritti e delle protezioni previste per le coppie sposate o legate da unione civile, specialmente in termini di eredità, benefici fiscali e assistenza sanitaria. Come si può formalizzare la convivenza? La convivenza può essere formalizzata attraverso la dichiarazione di convivenza in Comune e la registrazione come unico nucleo familiare. Inoltre è possibile la stipula di un “contratto di convivenza” davanti a un notaio o a un avvocato, che definisce i diritti e i doveri reciproci di natura economica o personale. Questo contratto fornisce una certa sicurezza legale, ma non equipara la convivenza al matrimonio o all’unione civile. Col contratto di convivenza si può anche definire una comunione dei beni oppure l’ammontare di un mantenimento in caso di separazione. FONTE iNTERNET
Milano; Agenzia Idfox Srl Investigatore Privato;Rottura del fidanzamento: le conseguenze legali
Milano; Agenzia Idfox Srl Investigatore Privato;Rottura del fidanzamento: le conseguenze legali Anche la semplice rottura del fidanzamento tra due giovani può avere delle conseguenze legali: ecco il vademecum per la coppia che si lascia prima del matrimonio. Quando un matrimonio viene annullato all’ultimo momento, a causa di un ripensamento o della scoperta di un tradimento, sorgono immediatamente delle questioni pratiche da affrontare. Una delle più significative riguarda le spese già sostenute per l’organizzazione del ricevimento. In questi casi, chi si fa carico delle penali dovute al locale per il ricevimento annullato o del danno morale derivante dalla cancellazione delle nozze, soprattutto dopo aver inviato gli inviti a parenti e amici? Quali sono le conseguenze legali della rottura del fidanzamento? La situazione si complica perché, oltre al dispiacere personale, ci sono delle implicazioni finanziarie non trascurabili. Solitamente, per la prenotazione di un locale per il ricevimento, si stipula un contratto che prevede delle clausole in caso di annullamento. Se le nozze vengono cancellate, potrebbe essere prevista la perdita della caparra la cui entità dipende dai termini del contratto e dal tempo di preavviso dato al locale. Inoltre, c’è da considerare il danno morale, meno tangibile ma altrettanto importante, legato alla delusione e all’imbarazzo causati dall’annullamento delle nozze dopo aver annunciato l’evento a familiari e amici. È vero: il matrimonio è un atto volontario che non può essere soggetto a costrizioni, neanche derivanti da una promessa di matrimonio volontariamente e coscientemente assunta. Quindi chi si impegna è libero in ogni momento di manifestare il proprio ripensamento. Dall’altro lato anche il tradimento prematrimoniale non è illecito. La scoperta di una relazione parallela durante la preparazione delle nozze non implica alcuna responsabilità sotto il profilo risarcitorio. Cerchiamo allora di spiegare, più nel dettaglio, quali sono le conseguenze legali per la rottura del fidanzamento e per il conseguente annullamento del matrimonio. Indice * Cos’è la promessa di matrimonio? * Differenza tra promessa di matrimonio e pubblicazioni di matrimonio * Cosa dice la legge sulla rottura del matrimonio? * Presupposti per la richiesta di restituzione dei regali * Risarcimento del danno e rimborsi per l’annullamento del matrimonio * Rottura del fidanzamento e restituzione dell’immobile donato Cos’è la promessa di matrimonio? Vediamo cosa si intende per “promessa di matrimonio”. Si tratta dell’atto con cui una persona si impegna a sposare un’altra oppure, molto più di frequente, l’atto con cui entrambi i futuri sposi si impegnano reciprocamente (l’impegno unilaterale è più una figura legata a tempi ormai superati: oggi il matrimonio è infatti un evento voluto parimenti da entrambi i componenti la coppia). La semplice promessa non fa sorgere alcun obbligo giuridico di contrarre il matrimonio. Se una persona dovesse impegnarsi, prima del matrimonio, a risarcire l’altro in caso di annullamento o ripensamento, tale patto non avrebbe alcun valore giuridico, neanche se scritto. E ciò proprio perché il ripensamento è un diritto che non può essere soggetto a restrizioni o limitazioni di sorta. La scelta di sposarsi è infatti considerato un atto di natura personalissima, quindi pienamente libero. Ciò nonostante la rottura della promessa comporta delle conseguenze legali che vedremo qui di seguito. Differenza tra promessa di matrimonio e pubblicazioni di matrimonio Attenzione però. È un luogo comune chiamare le pubblicazioni di matrimonio in modo improprio, definendole come “promessa di matrimonio”. In realtà, si tratta di due cose diverse. La promessa non è un atto dovuto e formale, come invece le pubblicazioni. Essa consiste semplicemente in una dichiarazione (espressa o tacita), normalmente resa pubblica nell’ambito della parentela, di volersi frequentare con il serio proposito di sposarsi (Cass. sent. n. 3015 del 02.05.1983). Le pubblicazioni di matrimonio, invece, sono una forma di pubblicità volta rendere nota l’intenzione di contrarre matrimonio da parte dei due interessati, affinché chi ne abbia interesse e sia a conoscenza di fatti che possano impedire il matrimonio possa opporsi alla celebrazione. L’atto di pubblicazione resta affisso presso i Comuni di residenza degli sposi per un periodo minimo di 8 giorni consecutivi. Il matrimonio può essere celebrato a partire dal quarto giorno dalla compiuta pubblicazione ed entro i successivi 180 giorni. Cosa dice la legge sulla rottura del matrimonio? In caso di rottura del fidanzamento, l’articolo 80 del codice civile prevede che il fidanzato (o la fidanzata) ha diritto di chiedere la restituzione dei doni fatti a causa della promessa di matrimonio. Tipico è l’esempio dell’anello di fidanzamento. La stessa richiesta di restituzione può essere avanzata nel caso in cui uno dei nubendi muoia prima del matrimonio: in tal caso, la restituzione è dovuta dagli eredi del defunto. Il fidanzato invece, proprio perché ancora non sposato, non è erede. Tuttavia quest’ultimo, se la morte è avvenuta a seguito di un fatto illecito (ad esempio un incidente stradale) ha diritto al risarcimento del danno morale per la sofferenza interiore patita. Non si può chiedere indietro, invece, quei doni dovuti a manifestazioni di affetto indipendenti dalla promessa di matrimonio. Questo si ha nel caso in cui tra i due soggetti o tra le rispettive famiglie vi fosse, già prima, l’uso di scambiarsi periodicamente dei regali. Non si può pretendere neanche la restituzione delle cose consumabili rapidamente che, al momento della domanda, non esistono più, e della corrispondenza. Al contrario si può sempre pretendere la riconsegna delle fotografie. Tale obbligo di restituzione sussiste a prescindere dalle cause che hanno determinato l’interruzione del rapporto, quindi anche se futili o dovute al semplice capriccio di uno dei due partner. Se l’ex partner si rifiuta di restituire tali regali, si può ricorrere davanti al giudice, purché lo si faccia entro un anno dal giorno in cui si è avuto il rifiuto di celebrare il matrimonio. Presupposti per la richiesta di restituzione dei regali La restituzione dei regali è dovuta anche se la promessa di matrimonio è avvenuta in modo verbale, senza cioè un atto scritto (questa precisazione è molto importante perché, come avremo modo di vedere più avanti, la domanda invece di rimborso delle spese e di risarcimento è subordinata alla presenza di una promessa di matrimonio
Milano; Agenzia Idfox Srl Investigatore Privato;Cosa dice la Cassazione sul diritto dei lavoratori al risarcimento in ambienti di lavoro stressogeni, anche in assenza di mobbing.
Milano; Agenzia Idfox Srl Investigatore Privato;Cosa dice la Cassazione sul diritto dei lavoratori al risarcimento in ambienti di lavoro stressogeni, anche in assenza di mobbing. La sentenza n. 3692 del 07/02/2023 della Corte di Cassazione civile ha aperto nuove prospettive sul diritto dei lavoratori al risarcimento del danno in ambienti di lavoro stressanti. Questa decisione segna un passo importante nella tutela della salute dei lavoratori, anche in assenza di un esplicito intento persecutorio da parte del datore di lavoro e quindi in mancanza dei presupposti per far valere il cosiddetto mobbing. Approfondiamo i dettagli e le implicazioni di questa sentenza. Vediamo quando c’è mobbing e cosa si intende invece per straining che è appunto la figura di illecito che qui viene in rilievo. Analizzeremo poi quali sono i doveri del datore in materia di tutela della salute non solo fisica ma anche mentale dei lavoratori. Ma procediamo con ordine. Indice * Cosa può fare il dipendente che è vittima di stress sul lavoro? * Cos’è il mobbing? * Cos’è lo straining * La vicenda * Quali sono le osservazioni conclusive della sentenza? Cosa può fare il dipendente che è vittima di stress sul lavoro? L’articolo 2087 del codice civile stabilisce che il datore di lavoro ha il dovere sacrosanto di tutelare la salute psicofisica dei dipendenti. A tal fine deve adottare tutte le misure necessarie per evitare che questi subiscano danni nel corpo o nella mente, ivi compreso eliminare le situazioni di stress che possono derivare da situazioni conflittuali all’interno degli uffici (capi molesti, prevaricatori, colleghi dispettosi, ecc.). Tant’è che il datore di lavoro, se prontamente informato, è responsabile – e deve risarcire il dipendente – anche per le condotte di altri dipendenti sebbene superiori gerarchici della vittima. E difatti la legge riconosce il diritto al risarcimento del lavoratore nei confronti dell’azienda anche per il mobbing attribuibile ai colleghi dello stesso livello o di livello superiore. Cos’è il mobbing? Attenzione però a non confondere la situazione stressante sul lavoro col mobbing. Il mobbing richiede un intento persecutorio ai danni del dipendente: una serie di condotte tutte connotate da un unico e unitario fine, quello di emarginare il lavoratore, allontanarlo dal lavoro (magari provocandone le dimissioni) o comunque procurargli un danno psicofisico o alla carriera. Senza la prova di questo “disegno ordito” allo scopo di danneggiare quello specifico individuo, il mobbing non può essere fatto valere. E, difatti, le prove del mobbing sono molto articolate e complesse. Ciò però non significa che il dipendente sia sprovvisto di qualsiasi tutela. La giurisprudenza ha infatti delineato la figura dello straining che è invece la condizione, meno grave ma comunque parimenti illecita, del dipendente che vive situazioni di lavoro stressogene (è il caso di chi è costretto fare turni massacranti o a subire angherie sul lavoro). Proprio a tal fine la Cassazione ha stabilito che un lavoratore può ricevere un risarcimento per danni alla salute causati da un ambiente di lavoro snervante. Questo anche quando non si configura una condotta di mobbing, se il datore di lavoro consente un ambiente stressante o adotta comportamenti che causano disagi o stress. La Corte ha chiarito che la nozione di mobbing e di straining hanno principalmente una valenza sociologica. Importante, invece, è verificare se, di fatto, il datore di lavoro ha tollerato condizioni di lavoro nocive, in violazione dell’articolo 2087 cod. civ. Quindi più della nozione tecnica dell’illecito, conta ciò che concretamente è successo in azienda e le ripercussioni che tali fatti hanno avuto sulla salute del dipendente, anche solo psichica. Cos’è lo straining Lo straining, in parole semplici, è una situazione lavorativa che si verifica quando un dipendente viene sottoposto a un carico di lavoro eccessivo o a pressioni continue che superano le sue capacità o risorse. A differenza del mobbing, che implica un’intenzione deliberata e dolosa di nuocere o di perseguitare il dipendente da parte del datore di lavoro o dei colleghi, lo straining si riferisce più a un contesto lavorativo generale che può diventare dannoso per la salute fisica e mentale del lavoratore. Lo straining quindi, al contrario del mobbing, non richiede una prova particolarmente complessa perché non bisogna dimostrare la volontà di nuocere la vittima, di emarginarla e di danneggiarla nella salute e/o nella carriera. In pratica, lo straining può manifestarsi in diverse forme, come orari di lavoro molto lunghi, scadenze irrealistiche, aspettative di performance troppo alte o un ambiente di lavoro caotico e disorganizzato. Anche se non c’è un’intenzione diretta di nuocere al lavoratore, queste condizioni possono comunque portare a stress, esaurimento e altri problemi di salute. È importante riconoscere che lo straining non è solo una questione personale del lavoratore, ma spesso è legato a come è organizzato il lavoro e a come vengono gestite le risorse umane all’interno dell’azienda. La tutela della salute dei lavoratori in questi contesti è una questione importante, e le aziende sono chiamate a monitorare e migliorare le condizioni di lavoro per prevenire situazioni di straining. La vicenda La sentenza ha esaminato il caso di un dipendente amministrativo universitario che ha lamentato comportamenti costituenti mobbing, come trasferimenti e l’uso di potestà disciplinare vessatoria. I giudici di merito avevano rigettato la sua richiesta di risarcimento per mobbing. La Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore evidenziando la necessità di indagare l’esistenza di una situazione lavorativa conflittuale che potrebbe ledere il diritto alla salute del lavoratore. Quali sono le osservazioni conclusive della sentenza? L’ordinanza incoraggia un approccio evolutivo nell’interpretazione del diritto del lavoro, focalizzandosi sul fenomeno dello stress lavoro-correlato. Questo approccio si allinea con i principi costituzionali di centralità della persona umana e del lavoro, passando da un’analisi individuale a una sistemica dell’ambiente lavorativo e dell’organizzazione aziendale. Fonte Internet
Milano; Agenzia Idfox Srl Investigatore Privato; Se sei stato costretto a trasferirti in hotel perché la tua abitazione era infestata dalla muffa le spese sostenute ti dovranno essere rimborsate.
Milano; Agenzia Idfox Srl Investigatore Privato; Se sei stato costretto a trasferirti in hotel perché la tua abitazione era infestata dalla muffa le spese sostenute ti dovranno essere rimborsate. Può purtroppo accadere che da un momento all’altro la propria “casa dolce casa” si trasformi da confortevole dimora a disagevole susseguirsi di mura, soffitti e pavimenti ammalorati da infiltrazioni, maleodoranti e insalubri. Rottura delle tubature, vetustà delle murature, cattiva manutenzione dei lastrici solari, lavori di ristrutturazione in appartamenti adiacenti sono solo alcune fra le possibili cause della comparsa di questi spiacevoli e sgraditi effetti. Il condomino potrà essere obbligato a trasferirsi in altro immobile o in hotel perché la permanenza nell’abitazione è pericolosa per la salute e l’incolumità sua e della sua famiglia o perché alcune stanze o aree della casa sono divenute impraticabili o inaccessibili a causa del danno, ma anche successivamente, durante le opere necessarie per il ripristino dell’immobile, perché l’espletamento dei lavori (tinteggiatura, rimozione delle muffe, sistemazione pavimentazione) rende temporaneamente inutilizzabile l’appartamento. Sia la legge che svariate sentenze stabiliscono che, in tali casi, al danneggiato spetta il rimborso di tutte le spese affrontate per risolvere il problema, incluse quelle di un alloggio alternativo. Di seguito vediamo quali sono i danni risarcibili per le infiltrazioni in casa, ivi comprese le spese sostenute per una sistemazione alternativa come quelle per la camera d’albergo o di un residence. Ma procediamo con ordine. Indice * Qual è la normativa applicabile e la prova richiesta in tema di infiltrazioni * Quali sono le tipologie di danno risarcibili? * Come si articola il rimborso dei canoni di locazione? Qual è la normativa applicabile e la prova richiesta in tema di infiltrazioni La norma che regola i casi di infiltrazioni causate da difetti di funzionamento e manutenzione di immobili appartenenti ad altro proprietario (che sia un condominio o un singolo proprietario) è l’articolo 2051 cod. civ., che sancisce una responsabilità presunta a carico del proprietario o del custodeper i danni provocati dalla cosa che ha in custodia (nel nostro caso l’appartamento), salvo che provi il caso fortuito. Il custode è colui che ha il controllo e la vigilanza sulla cosa, in quanto ne ha la materiale disponibilità. La giurisprudenza è piuttosto severa nell’individuazione della prova liberatoria, ossia la prova necessaria per evitare di dover risarcire i danni alla vittima delle infiltrazioni. Infatti al danneggiato spetta provare il rapporto di “causa-effetto” fra cosa in custodia e danno subito, mentre l’unica prova a cui il custode può ricorrere per esonerarsi da siffatta responsabilità è che il danno sia stato cagionato dal caso fortuito. Inutile quindi che il custode provi di aver ignorato il danno, di non aver potuto impedire il fatto, di avere adottato le misure per impedire il danno. Il caso fortuito non si identifica infatti con l’accertamento della condotta colposa del danneggiato, a meno che tale condotta non presenti anche i requisiti della non prevedibilità e non prevenibilità da parte del custode, giacché l’idoneità ad interrompere il nesso causale può essere riconosciuta solo ad un fattore estraneo avente carattere di imprevedibilità. La condotta della vittima di un danno da cosa in custodia può essere definita imprevedibile quando sia stata eccezionale, inconsueta, mai avvenuta prima, inattesa da una persona sensata. L’esclusione della responsabilità del custode, pertanto, quando viene eccepita dal custode la colpa della vittima, esige un duplice accertamento: che la vittima abbia tenuto una condotta negligente e che tale condotta non fosse prevedibile. Quali sono le tipologie di danno risarcibili? Stabilita la tipologia di responsabilità occorrente in caso di infiltrazioni, muffe e condense abitative e la tipologia di prova richiesta per ottenere il risarcimento del danno, vediamo quali sono le tipologie di danno risarcibile. Il custode risponde di tutti i danni derivanti a terzi o agli stessi singoli condomini dalle parti che ha in custodia. Prima di tutto spetta il rimborso delle spese necessarie per riparare la causa che ha originato il danno se a ciò abbia provveduto il danneggiato (in realtà è il danneggiante che deve immediatamente effettuare i lavori per eliminare le infiltrazioni facendo, ad esempio, riparare la tubatura). Poi spetta il rimborso per il ripristino dei danni verificatisi all’interno dell’appartamento (ad esempio pittura delle pareti, intonacatura, sostituzione del pavimento ecc.). Poi spetta il risarcimento dell’eventuale danno alla salute per aver abitato in un ambiente malsano e umido a causa delle infiltrazioni. Come si articola il rimborso dei canoni di locazione? E se le infiltrazioni sono state di intensità tale da costringere il proprietario ad abbandonare i locali e sistemarsi in un altro appartamento o in hotel, spetterà anche il rimborso dei canoni di locazione che è stato costretto a pagare per l’inutilizzabilità o l’inagibilità dell’appartamento. Lo stesso ragionamento vale nel caso in cui il danneggiato sia obbligato a trasferirsi in altra abitazione non a causa dell’inagibilità dell’appartamento determinatasi al momento del verificarsi del danno, ma in una fase successiva al fine di consentire l’esecuzione dei lavori di ripristino della abitazione. Tra i danni che il in danneggiante è obbligato a risarcire al singolo proprietario rientra quindi anche la restituzione delle spese per il pagamento di un hotel e per l’affitto di una nuova abitazione, comprensivi degli interessi maturati, computabili sul valore medio del credito (il totale dei canoni pagati) dalla data di stipulazione del contratto di locazione fino alla decisione del giudice, pari al rendimento che presumibilmente il proprietario avrebbe ricavato dalle somme dovute se le avesse tempestivamente percepite e investite, ad esempio, in titoli di Stato. Secondo il Tribunale di Roma (sentenza n. 20406 del 13 ottobre 2015) tra i danni patrimoniali risarcibili rientrano quindi anche gli interessi da lucro cessante sui canoni d’affitto rimborsati al condomino costretto a lasciare l’immobile a causa delle infiltrazioni. Anche le spese per il trasloco del condomino e per l’acquisto di vitto e per l’alloggio per sé e la propria famiglia andranno risarcite in quanto considerate, spese funzionali all’esecuzione dei lavori di ripristino dell’appartamento (Trib. Roma 29 aprile 2020 n. 6730). Anche secondo la Corte di cassazione (sentenza n. 1712/1995) il mancato
Milano; Agenzia Idfox Srl Investigatore Privato; Cosa succede se si parcheggia l’auto nella direzione contraria al senso di marcia? Come si sistemano i veicoli all’interno degli stalli?
Milano; Agenzia Idfox Srl Investigatore Privato; Cosa succede se si parcheggia l’auto nella direzione contraria al senso di marcia? Come si sistemano i veicoli all’interno degli stalli? Secondo il codice della strada è possibile parcheggiare nelle aree o negli stalli appositamente riservati alla sosta dei veicoli. In assenza di tali luoghi, è comunque lecito parcheggiare vicino al margine destro della carreggiata, senza però creare intralcio alla circolazione o costituire pericolo per gli altri; si pensi, ad esempio, a colui che mette in sosta la propria vettura in prossimità di una curva o di un dosso. È in questo contesto che si pone il seguente principio: è legale parcheggiare in direzione opposta al traffico? Detto in altri termini, è lecito lasciare la propria auto parcheggiata in senso contrario a quello della viabilità, cioè come se si stesse dirigendo “contromano”? Vediamo cosa dice la legge a tal proposito. Indice * Dove è legale parcheggiare? * È legale parcheggiare se non ci sono strisce? * Si può parcheggiare in direzione opposta al traffico? Dove è legale parcheggiare? Secondo la legge, le aree adibite a parcheggio dei veicoli sono ubicate fuori della carreggiata e, comunque, in modo che i mezzi in sosta non ostacolino lo scorrimento del traffico. Le aree adibite al parcheggio sono identificate da idonea segnaletica, sia verticale che orizzontale: la prima consiste nel cartello rettangolare a sfondo blu su cui campeggia una grande lettera P bianca; la seconda, invece, nelle strisce disegnate sull’asfalto ad indicare i posti auto [1]. La delimitazione delle aree di sosta è effettuata mediante il tracciamento sulla pavimentazione di strisce che formano un rettangolo, indicanti l’inizio, la fine o la suddivisione delle zone entro le quali dovrà essere parcheggiato il veicolo. I colori delle strisce che delimitano le aree di sosta sono: * bianco per le aree libere; * azzurro per quelle a pagamento; * giallo per gli stalli di sosta riservati (pensa al parcheggio riservato agli invalidi oppure ai mezzi pubblici) [2]. Quando ci si trova in presenza di strisce, indipendentemente dal loro colore, è essenziale parcheggiare in modo che l’auto rimanga completamente all’interno dei confini tracciati sul manto stradale. Questo significa che anche le ruote devono essere all’interno delle strisce, senza debordare, nemmeno parzialmente, nell’area non destinata al parcheggio. È legale parcheggiare se non ci sono strisce? In assenza di stalli, cioè di posti auto segnalati con le strisce dipinte sull’asfalto, si può parcheggiare in qualsiasi posto che non invada la carreggiata e che non sia vicino a un ufficio pubblico, a una banca, a una scuola, a un cinema o un teatro o a un altro qualsiasi edificio pubblico o aperto al pubblico. Più in generale, si può parcheggiare senza le strisce in quei luoghi che non invadono la circolazione e che non sono specificamente vietati dalla segnaletica orizzontale o verticale. In ogni caso, non è mai possibile parcheggiare su dossi, lungo le curve, a meno di cinque metri da un incrocio, alla fine di un marciapiede, davanti ai semafori, sui binari del tram o dei treni, vicino ai passaggi a livello, sulle banchine. Inoltre, non è consentito parcheggiare sulle strade urbane di scorrimento, sulle piste ciclabili o in luoghi in cui la sosta è espressamente vietata. Si può parcheggiare in direzione opposta al traffico? È legale parcheggiare in direzione opposta al traffico? La risposta è negativa: il cosiddetto “parcheggio contromano” non è ammesso e chi lo effettua rischia di dover pagare una multa da 42 a 173 euro. Secondo il Codice della strada [3], in caso di fermata o di sosta il veicolo deve essere collocato il più vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia. Per essere più specifici, nelle strade a doppio senso si può parcheggiare solo alla propria destra mentre in quelle a senso unico è possibile parcheggiare sia a destra che a sinistra, ma il muso dell’auto deve essere sempre rivolto nel senso di marcia. Per ulteriori approfondimenti, si legga l’articolo dal titolo Parcheggio contromano strada doppio senso. Fonte Internet
Milano; Agenzia Investigatore Privato; L’atto dal notaio esclude la circonvenzione di incapace?
Milano; Agenzia Investigatore Privato; L’atto dal notaio esclude la circonvenzione di incapace? Come si dimostra la circonvenzione di incapace? Le tutele per il caso di donazione fatta da una persona incapace o anziana. Una domanda che spesso ci si pone è se l’atto dal notaio esclude la circonvenzione di incapace. Non sono in pochi infatti a ritenere che la presenza del pubblico ufficiale garantirebbe sempre la validità del rogito (una compravendita, una donazione, ecc.) rendendolo inoppugnabile. Tuttavia non è così. Il notaio accerta solo l’identità delle parti firmatarie dell’atto (sicché nessuno potrebbe, in un momento successivo, contestarne la firma) e delle dichiarazioni da queste fatte in sua presenza (tant’è vero che dà lettura del documento prima della firma per verificare se quelle in esso trasposte sono le effettive volontà dei contraenti). Ma il notaio non è un medico, né conosce le vicende delle parti che le hanno portate dinanzi a lui: sicché ben si potrebbe contestare il rogito per incapacità d’intendere e volere, per truffa (il cosiddetto “dolo”) o per minaccia (la cosiddetta “violenza”). In questo articolo ci occuperemo della prima ipotesi, quella cioè del soggetto che, pur non essendo né interdetto, né inabilitato, risulti tuttavia affetto da qualche patologia che riduca le sue facoltà mentali. Si pensi a un anziano che sia affetto da qualche sindrome e che, proprio in ragione di ciò, risulti particolarmente influenzabile. Ebbene, a questo punto sorgeranno una serie di interrogativi: si può contestare l’atto del notaio per circonvenzione di incapace? E in tal caso come si dimostra la circonvenzione di incapace? Quali sono i termini da rispettare? E cosa possono fare i familiari nel caso di una donazione viziata dall’incapacità d’intendere e volere? Cerchiamo di fare chiarezza alla luce della più recente giurisprudenza della Cassazione. Indice * Si può contestare un atto notarile per circonvenzione di incapace? * Come tutelarsi in caso di circonvenzione di incapace? * Come funziona l’annullamento dell’atto notarile per circonvenzione di incapace? * Come si dimostra la circonvenzione di incapace? Si può contestare un atto notarile per circonvenzione di incapace? Come anticipato, il notaio non è chiamato a verificare se i soggetti dinanzi a lui sono capaci d’intendere e volere, se sono nel pieno delle loro capacità fisiche e mentali o se invece soffrono di qualche patologia, sia anche psichica, che possa ridurne le facoltà. E questo anche perché ci sono alcuni deficit che si manifestano a singhiozzo, con momenti di lucidità e altri di totale offuscamento. Dunque, è possibile contestare un rogito, come ad esempio una donazione, per circonvenzione di incapace se risulta che il donante era incapace di comprendere il significato delle proprie azioni e dichiarazioni. Come tutelarsi in caso di circonvenzione di incapace? Ci sono due azioni da poter esercitare in caso di circonvenzione di incapace, la prima penale e la seconda civile. Sotto il primo profilo, la circonvenzione di incapace è un reato punito dall’articolo 643 del codice penale. Reato tuttavia che scatta solo se c’è il dolo, ossia l’intenzione di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto. Tale reato deve essere oggetto di querela entro tre mesi dal compimento dell’atto. Insieme o in alternativa all’azione penale c’è quella civile rivolta a ottenere l’annullamento dell’atto. Annullamento però che non richiede la malafede dell’altro contraente: per cui esso si può ottenere anche se non c’è un dolo e quindi un profitto. Il termine per far valere l’azione civile è di cinque anni dalla sua registrazione nei pubblici registri immobiliari. L’azione può essere intentata dal rappresentante legale dell’incapace, dall’incapace stesso o, in caso di decesso, dai suoi eredi. Se il soggetto non ha un rappresentante legale, i suoi familiari potranno ricorrere al giudice affinché lo nomini attraverso un istituto come, ad esempio, l’amministrazione di sostegno. Come funziona l’annullamento dell’atto notarile per circonvenzione di incapace? Secondo una recente sentenza del Tribunale di Catania (sent. n. 173/2024), è nulla la donazione dell’immobile frutto di circonvenzione d’incapace se vi è una condizione di «deficienza psichica» prevista dall’articolo 643 del codice penale. Tale deficienza non deve per forza consistere in una radicale incapacità d’intendere e volere ma comprende qualsiasi condizione di apprezzabile e minorata capacità psichica, come nel caso di una grave demenza senile. La definizione di «deficienza psichica» si può sintetizzare in ogni minorazione della sfera volitiva e cognitiva che agevoli la condizionabilità e suggestionabilità della vittima e ne riduca i poteri di difesa. Come si dimostra la circonvenzione di incapace? Per ottenere una condanna penale per circonvenzione di incapace bisogna dimostrare: * il dolo del reo e quindi l’induzione, da parte di questi, a compiere un atto dannoso per la vittima; * la consapevolezza del reo di approfittare dello stato di debolezza della vittima. Ci deve essere insomma una vera e propria manipolazione. In secondo luogo bisogna fornire la prova della deficienza psichica. Questa può essere data con certificati medici o con una perizia medico legale che fornisca chiarimenti sulle condizioni di salute mentale della vittima. La perizia può essere fornita già dalle parti o, nel caso del giudizio, richiesta dal giudice. Fonte Internet Come si dimostra la circonvenzione di incapace? Le tutele per il caso di donazione fatta da una persona incapace o anziana. Una domanda che spesso ci si pone è se l’atto dal notaio esclude la circonvenzione di incapace. Non sono in pochi infatti a ritenere che la presenza del pubblico ufficiale garantirebbe sempre la validità del rogito (una compravendita, una donazione, ecc.) rendendolo inoppugnabile. Tuttavia non è così. Il notaio accerta solo l’identità delle parti firmatarie dell’atto (sicché nessuno potrebbe, in un momento successivo, contestarne la firma) e delle dichiarazioni da queste fatte in sua presenza (tant’è vero che dà lettura del documento prima della firma per verificare se quelle in esso trasposte sono le effettive volontà dei contraenti). Ma il notaio non è un medico, né conosce le vicende delle parti che le hanno portate dinanzi a lui: sicché ben si potrebbe contestare il rogito per incapacità d’intendere e volere, per truffa (il cosiddetto “dolo”) o per minaccia (la cosiddetta “violenza”).
Milano: Investigatore Privato. Il medico deve risarcire il paziente anche se ha rispettato le linee guida?
Milano: Investigatore Privato. Il medico deve risarcire il paziente anche se ha rispettato le linee guida? Quando un medico può essere condannato al risarcimento per responsabilità professionale? Il mondo della medicina è costantemente sotto i riflettori per quanto riguarda le responsabilità professionali. Una recente sentenza della Cassazione pone l’accento sulla possibilità di condannare al risarcimento un medico anche se ha rispettato le linee guida. Questo articolo approfondisce la tematica, spiegando come e quando può avvenire. Indice * Cosa cambia con la legge Balduzzi? * In che modo le linee guida influenzano il giudizio sul medico? * Quali sono gli standard di diligenza richiesti? * Cosa sono le linee guida in medicina? * Cosa significa questo per i pazienti e i medici? * Conclusione Cosa cambia con la legge Balduzzi? L’art 3 del decreto-legge Balduzzi afferma che l’esercente delle professioni sanitarie che si attiene a linee guida e a buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica nazionale e internazionale risponde dei danni solo in caso di: * dolo (ossia malafede); * colpa grave. La legge Balduzzi ha così introdotto una distinzione importante nella responsabilità medica, limitando la responsabilità per l’imperizia ma lasciando aperta la possibilità di condanna per negligenza o imprudenza. Questa legge mira a proteggere i medici che seguono le linee guida, ma non assolve automaticamente da responsabilità se il medico non ha agito con la dovuta diligenza. In che modo le linee guida influenzano il giudizio sul medico? Le linee guida rappresentano un parametro per valutare la condotta medica: il sanitario che le rispetta, il più delle volte, può esonerarsi da responsabilità per le complicanze o gli esiti inattesi delle cure. Ma le linee guida non sono vincolanti né per il sanitario né per il giudice. Ciò significa che, pur seguendo le cosiddetti best practice, un medico può essere ritenuto responsabile, e quindi sarà condannato al risarcimento del danno, se il giudice ritiene che, date le circostanze specifiche del caso, fosse necessaria una condotta diversa o più attenta per proteggere il paziente. Quali sono gli standard di diligenza richiesti? Gli standard di diligenza richiesti variano a seconda del contesto e della specializzazione della struttura. Ad esempio, da una struttura altamente specializzata si attende un livello di attenzione e cura superiore rispetto a un professionista medio. Questo è particolarmente rilevante in casi complessi o ad alto rischio, dove la prudenza e l’esperienza del medico sono cruciali. Cosa sono le linee guida in medicina? Le LG sono il frutto di un lavoro minuzioso, che unisce la saggezza collettiva degli esperti alla scienza più avanzata per offrire un approccio al trattamento che sia al tempo stesso efficace e rispettoso delle risorse. Il loro obiettivo è duplice: uniformare la pratica clinica in situazioni simili, garantendo il miglior esito possibile per il paziente e, al contempo, scoraggiare l’uso di trattamenti la cui efficacia non è stata adeguatamente documentata. Immagina di avere una mappa che ti guida attraverso la giungla della medicina, suggerendoti i percorsi più sicuri e efficaci da seguire. Questa mappa si chiama “Linee Guida” (LG), un faro nella nebbia delle decisioni cliniche. Le LG sono come ricette elaborate non in una cucina, ma in un laboratorio di ricerca, frutto di un’attenta selezione e sintesi di studi scientifici e dell’esperienza di esperti. Le linee guida non sono rigide come le leggi, ma piuttosto consigli di viaggio che indicano la destinazione e suggeriscono il miglior percorso, lasciando spazio a deviazioni basate sulle condizioni locali o particolari del paziente. Il loro scopo è duplice: da un lato, vogliono assicurare che ogni paziente riceva le cure più efficaci e sicure, massimizzando l’uso delle risorse sanitarie; dall’altro, desiderano rendere uniformi i trattamenti per situazioni simili, evitando pratiche inutili o dannose. Le Linee Guida sono redatte da team di esperti di diverse discipline, che scavano nella montagna di dati scientifici per estrarre la conoscenza più preziosa e affidabile. Sono un mix di scienza e saggezza, pensate per essere flessibili e adattarsi come un abito su misura alle esigenze di medici e pazienti. Inoltre, servono come bussola morale per i professionisti sanitari, indicando non solo la direzione da seguire ma anche motivando il perché di certe scelte. Ogni medico, seguendo queste mappe del tesoro della conoscenza, ha il dovere di spiegare il percorso scelto, basando ogni decisione su prove concrete e solide. In sintesi, le Linee Guida sono alleate preziose nella missione di fornire cure di qualità. Non sono dettami assoluti, ma strumenti evolutivi, destinati a migliorare e adattarsi continuamente, proprio come la medicina stessa. Con esse, il viaggio attraverso le scelte cliniche diventa più sicuro, chiaro e condiviso tra medico e paziente. Cosa significa questo per i pazienti e i medici? Per i pazienti, questa interpretazione della legge significa che hanno maggiori tutele in caso di negligenza medica. Per i medici, sottolinea l’importanza di non affidarsi ciecamente alle linee guida ma di valutare sempre attentamente il contesto specifico del paziente, esercitando una discrezionalità informata e attenta. Conclusione La sentenza 11208/17 della Cassazione mette in luce una realtà complessa della pratica medica: seguire le linee guida non esonera automaticamente da responsabilità. Medici e pazienti devono essere consapevoli che, in ultima analisi, la responsabilità medica si valuta caso per caso, tenendo conto delle specificità e della diligenza richiesta in ciascuna situazione. Questo articolo ha esplorato le implicazioni di tale sentenza, offrendo una panoramica chiara e dettagliata per comprendere meglio i diritti e le responsabilità in campo medico. Fonte Internet
Milano: Investigatore Privato. Quando non si ha più diritto al mantenimento: la Cassazione definisce quanto dura un assegno divorzile e quando cessa.
Milano: Investigatore Privato. Quando non si ha più diritto al mantenimento: la Cassazione definisce quanto dura un assegno divorzile e quando cessa. Quando impone l’obbligo di pagare l’assegno divorzile all’ex coniuge, il giudice non fissa mai una data di scadenza. Potremmo dire che si tratta di un impegno economico a tempo indeterminato. Tuttavia, esiste più di un caso in cui è possibile liberarsi da tale adempimento. Qui di seguito, facendo riferimento ad alcune delle più importanti sentenze della Cassazione che hanno affrontato l’argomento, vedremo quando si perde il diritto all’assegno divorzile. Ma attenzione: per interrompere il versamento degli alimenti all’ex non basta il verificarsi di uno dei seguenti eventi, ma è necessario presentare un ricorso in tribunale. Difatti solo il giudice può stabilire quando cessa il diritto all’assegno divorzile e quindi revocare la sua precedente sentenza. Chi fa da sé, rischia una querela per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Indice * Quando non si ha più diritto all’assegno divorzile? * Mancata ricerca di un posto di lavoro * Nuove nozze * Nuova convivenza * La rinuncia al mantenimento * Il mutamento delle condizioni economiche di una delle parti * Morte di uno dei due ex coniugi * Annullamento del matrimonio Quando non si ha più diritto all’assegno divorzile? Per stabilire quando decade l’assegno di mantenimento per la moglie (o, in quei pochi casi in cui succede, per il marito) è necessario analizzare le principali indicazioni fornite dalla giurisprudenza. Eccole qui di seguito. Mancata ricerca di un posto di lavoro L’assegno divorzile spetta solo nel caso in cui la situazione di incapacità economica non sia da attribuire a un comportamento colpevole o inerte del richiedente. Sicché, se anche il giudice dovesse riconoscergli il mantenimento, tale diritto potrebbe venir meno se questi dovesse venir meno all’obbligo di cercare un’occupazione per rendersi indipendente: obbligo tuttavia che presuppone un’età ancora giovane (sotto i 40) e uno stato di salute compatibile con un’attività lavorativa. Nuove nozze Se l’ex coniuge dovesse risposarsi perderebbe in automatico l’assegno divorzile. È l’applicazione del principio di autoresponsabilità in forza del quale ogni scelta comporta delle conseguenze, anche se determinano un peggioramento della situazione pregressa. Non perché si contrae matrimonio con una persona disoccupata si può pretendere che l’ex mantenga anche la nuova famiglia. Questo è l’unico caso in cui l’ex coniuge perde il diritto all’assegno divorzile già per il semplice verificarsi dell’evento (le nuove nozze), senza necessità che intervenga una sentenza del giudice. In tale ipotesi, quindi, si può fare a meno del ricorso al giudice. Nuova convivenza L’instaurazione di una nuova convivenza, purché stabile e fondata sui presupposti del matrimonio (cosiddetta convivenza more uxorio), fa cessare l’assegno di mantenimento. Non basta quindi una convivenza occasionale o quella “di opportunità” (come nel caso di ospitalità per evitare la duplicazione delle spese dell’affitto). La nuova coppia deve aver condiviso un progetto di vita comune, caratterizzato dalla reciproca convivenza e contribuzione ai doveri della famiglia. A volte è solo la durata della convivenza a determinare se questa possa definirsi stabile o meno. Ma possono concorrere altri elementi come la nascita di un figlio, oppure la partecipazione alle spese di ristrutturazione, la modifica della residenza, la registrazione al Comune oppure la firma di un contratto di convivenza. Di recente, le Sezioni Unite della Cassazione, con una sentenza del 2021, hanno stabilito che l’assegno divorzile non cessa automaticamente con l’instaurazione di una nuova convivenza more uxorio. Esso infatti potrebbe proseguire qualora: * il nuovo partner non abbia un reddito sufficiente per mantenere la coppia; * e sempre che l’incapacità economica dell’ex coniuge beneficiario sia da attribuire alla sua rinuncia, all’epoca del matrimonio, alla carriera lavorativa per prendersi cura della casa e della famiglia. Tale condizione deve quindi essere valutata da un giudice che terrà conto delle specificità del caso. Ecco perché, a differenza della precedente ipotesi delle nuove nozze, in questa la cessazione del mantenimento non è automatica ma richiede sempre un ricorso in tribunale. La rinuncia al mantenimento Nulla esclude che, tra gli ex coniugi, sopraggiungano dei nuovi accordi modificativi della pronuncia del giudice con cui questi aveva disposto l’obbligo di pagamento dell’assegno divorzile. I due potrebbero quindi accordarsi per la cessazione dell’obbligo di versamento degli alimenti a fronte, ad esempio, dell’intestazione di una casa, dell’attribuzione di un assegno più cospicuo in favore del figlio o ancora di una somma unica e forfettaria (cosiddetto assegno una tantum). Il mutamento delle condizioni economiche di una delle parti Il giudice fissa l’assegno divorzile sulla base della situazione economica delle parti fotografata al momento della cessazione del matrimonio. Ma le condizioni potrebbero mutare e, in tal caso, la sentenza potrebbe essere oggetto di revisione. Così è possibile: * che il coniuge beneficiario ottenga un nuovo lavoro o una promozione che gli consentano di raggiungere l’autosufficienza economica; * che il coniuge obbligato perda il lavoro o subisca una riduzione della capacità lavorativa che diminuiscano le sue possibilità reddituali. Una circostanza che potrebbe determinare la riduzione dell’assegno divorzile è l’instaurazione di un nuovo nucleo familiare, con nascita di un figlio, da parte del coniuge obbligato. Posto infatti il diritto costituzionale ad avere una famiglia, che non può certo subire restrizioni per via dell’obbligo di mantenimento, l’ammontare dell’assegno può essere oggetto di revisione. Morte di uno dei due ex coniugi L’assegno di mantenimento è una prestazione “personale” che, pertanto, cessa con la morte di una delle due parti. Pertanto: * se muore il soggetto obbligato, i suoi eredi non dovranno corrispondere alcuna somma all’ex coniuge ancora in vita; * se muore il soggetto beneficiario, i suoi eredi non potranno pretendere alcunché dall’ex coniuge superstite. Resta salva la possibilità, nel caso di morte del soggetto obbligato, di chiedere una rendita a carico dell’eredità se si trova in evidente stato di bisogno tale da compromettere la sua stessa sopravvivenza. Annullamento del matrimonio Un tempo, l’annullamento del matrimonio da parte del tribunale ecclesiastico determinava l’automatico venir meno dell’assegno divorzile. Nel 2021, le Sezioni Unite della Cassazione hanno modificato tale interpretazione stabilendo che, anche in questo
Milano: Investigatore Privato. Come la convivenza prematrimoniale incide sul mantenimento e come si determina l’assegno divorzile. Analisi della sentenza n. 35385 della Corte di Cassazione.
Milano: Investigatore Privato. Come la convivenza prematrimoniale incide sul mantenimento e come si determina l’assegno divorzile. Analisi della sentenza n. 35385 della Corte di Cassazione. Tra i vari criteri di calcolo dell’assegno di mantenimento vi è la durata del matrimonio. Ma che succede se, prima di sposarsi la coppia aveva convissuto? Può tale periodo incidere sul calcolo del mantenimento? Poniamo il non raro caso di un uomo e una donna che decidano di vivere insieme e di formare una coppia di fatto. Dopo qualche anno i due convolano a nozze, ma dopo appena un anno si separano per poi divorziare definitivamente. Lei si è sempre occupata della casa e, dopo la sua nascita, anche del bambino: il ché l’ha portata a rinunciare ad offerte lavorative e a sacrificare la propria carriera. Lui invece, anche grazie alla disponibilità della propria compagna prima e moglie dopo, si è potuto concentrare sulla propria attività. Una volta sciolta l’unione, lei ottiene l’assegno di mantenimento, sostituito poi, dopo il divorzio, dall’assegno divorzile. E, nel calcolo di tale importo mensile, chiede al giudice che vengano conteggiati anche gli anni di convivenza prematrimoniale. Ne avrebbe diritto? Assolutamente sì. In proposito, la recente sentenza n. 35385/2023 delle Sezioni Unite della Cassazione ha riconosciuto l’importante impatto della cosiddetta convivenza more uxorio sull’assegno divorzile. Questo articolo esplora le implicazioni di tale decisione, evidenziando come la stabilità e la continuità della vita congiunta prima delle nozze possano influenzare il contributo economico dopo il divorzio. Indice * Cos’è l’assegno divorzile? * Come viene calcolato l’assegno di divorzio? * In che modo la convivenza prematrimoniale influisce sull’assegno? * Come la giurisprudenza si adatta all’evoluzione sociale? * Cosa dice la Convenzione europea dei diritti umani riguardo alla famiglia? * Conclusioni Cos’è l’assegno divorzile? L’assegno divorzile è un contributo economico che un coniuge può essere obbligato a versare all’altro in seguito al divorzio. Ha essenzialmente due funzioni: * assistenziale: aiutare il coniuge che non è autosufficiente economicamente a mantenersi da solo; * perequativo-compensativa: ripagare il coniuge che si è sempre dedicato al ménage domestico del sacrificio compiuto che ne ha anche determinato, in tutto o in parte, l’allontanamento dal mondo del lavoro. Sotto il primo aspetto, l’assegno divorzile non è più rivolto, come un tempo, a garantire al coniuge più debole lo stesso tenore di vita che aveva durante il periodo di convivenza (il che faceva sì che tanto più ricco era l’ex, tanto maggiore era l’ammontare dell’assegno). Esso mira solo a garantire l’indipendenza economica, il poter badare alle proprie necessità conducendo una vita decorosa, ma non necessariamente agiata. Sicché, chi dispone già di un proprio reddito che gli garantisce l’autosufficienza (anche se di importo non così elevato) non ha diritto ad alcuna somma (si pensi allo stipendio di una insegnante). E ciò indipendentemente dalle risorse dell’altro coniuge. In ogni caso, per poter vantare il diritto all’assegno divorzile, è necessario dimostrare che lo stato di indigenza è incolpevole: quindi determinato da una scelta condivisa compiuta da entrambe le parti durante il matrimonio (ad esempio con assunzione dei compiti di casa in capo alla moglie) oppure per altre ragioni oggettive (sopraggiunti limiti di età, stato di salute, difficoltà a trovare un’occupazione all’interno di un contesto geografico depresso, ecc.). Sotto il secondo aspetto, invece, l’assegno divorzile mira a ricompensare il coniuge che, durante la vita matrimoniale o la convivenza prematrimoniale, ha rinunciato alle proprie ambizioni lavorative per occuparsi della casa, dei figli, della famiglia in generale. Il riferimento è chiaramente rivolto alle donne che hanno optato per l’attività di casalinga (in accordo col marito), anche accontentandosi di un lavoro part-time. In casi del genere, il coniuge sacrificato ha diritto a un assegno che tenga conto della maggiore ricchezza conseguita dall’ex proprio in ragione di tale ripartizione interna dei compiti. Come viene calcolato l’assegno di divorzio? L’assegno di divorzio viene calcolato tenendo conto di vari fattori tra cui la disponibilità di beni mobili o immobili, l’assegnazione della casa coniugale (in presenza di figli non autosufficienti), i contributi personali ed economici forniti da ciascun coniuge alla vita familiare e alla formazione del patrimonio comune. Non in ultimo si tiene conto della durata del matrimonio. Una convivenza troppo breve non genera particolari aspettative e non può compromettere la capacità lavorativa di un coniuge; sicché, in tali ipotesi, il mantenimento subisce una forte riduzione. In che modo la convivenza prematrimoniale influisce sull’assegno? La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 35385 del 18-12-2023, ha stabilito che la fase di convivenza prematrimoniale deve essere considerata nel calcolo dell’assegno divorzile. Se la convivenza è stata stabile e continua, può influenzare il riconoscimento e l’entità del contributo economico, in particolare quando il coniuge economicamente più debole, spesso la donna, ha fatto sacrifici lavorativi durante questo periodo. È necessario accertare se, nel periodo precedente al matrimonio, i partner hanno assunto scelte condivise che poi ne hanno condizionato la vita durante le nozze, per esempio la rinuncia alla vita lavorativa e a opportunità di carriera da parte del coniuge economicamente debole, che spesso è la donna, ciò che le preclude di mantenersi in modo adeguato dopo la fine del matrimonio. La decisione si basa sull’interpretazione dell’articolo 5, comma sesto, della legge n. 898 del 01/12/1970, modificata dalla legge n. 74 del 06/03/1987. Tale norma, come interpretata dalla Cassazione, prevede che il giudice tenga sempre conto di: * condizioni dei coniugi; * ragioni della decisione; * contributo personale ed economico fornito da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio (di ciascuno o di quello comune); * reddito di entrambi. Tali elementi devono essere considerati anche in proporzione alla durata del rapporto. Compiuta la valutazione, il giudice del divorzio dispone a carico del coniuge più abbiente l’obbligo versare periodicamente l’assegno a favore dell’altro, quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive. La sentenza delle Sezioni Unite dunque riconosce l’importanza della convivenza prematrimoniale nella vita di coppia, attribuendo valore legale ai sacrifici e ai contributi fatti da entrambi i partner durante questo periodo. Come la giurisprudenza si adatta
Milano: Investigatore Privato. Come intestare una casa senza notaio con l’usucapione?
Milano: Investigatore Privato. Come intestare una casa senza notaio con l’usucapione? La Cassazione ha confermato che non c’è bisogno del rogito notarile se il donatario ha vissuto nell’immobile per almeno 20 anni. L’usucapione rappresenta un’alternativa legale per acquisire la proprietà di un immobile senza passare attraverso la formalità e il costo di un atto notarile. Questo metodo può essere utilizzato in situazioni dove un bene immobile viene trasferito tramite una semplice donazione verbale. Questo articolo esamina come intestare una casa senza notaio con l’usucapione, semplicemente dimostrando il possesso prolungato e incontestato del bene per almeno 20 anni. Indice * Cos’è l’usucapione e come funziona? * Come si può intestare un immobile con l’usucapione? * Quali sono i vantaggi di usucapire un immobile? * Come si dimostra l’usucapione in tribunale o con la mediazione? Cos’è l’usucapione e come funziona? L’usucapione è un istituto giuridico che consente di acquistare la proprietà di un bene immobile altrui attraverso il possesso continuativo e non contestato per almeno 20 anni. Questo metodo non richiede l’intervento di un notaio: il possesso del bene, mantenuto per un certo periodo, è ciò che conta per acquisire la proprietà legale. Tuttavia è necessario che, nel corso del ventennio, il proprietario non reclami la restituzione del bene, cosa che però non può limitarsi a fare con una semplice raccomandata dovendo invece notificare un atto giudiziario. È inoltre necessario che una sentenza accerti, al termine del periodo di 20 anni, la sussistenza di tutti i presupposti dell’usucapione. A tal fine è indispensabile avviare una causa contro il formale titolare del bene. Tuttavia prima del giudizio si deve tentare una mediazione presso un organismo (privato) situato nel luogo ove si trova l’immobile. Il verbale della mediazione, se sortisce un accordo, ha lo stesso valore della sentenza ed evita quindi il processo. Come si può intestare un immobile con l’usucapione? Per usucapire un immobile, è necessario dimostrare che il possesso è stato pacifico, pubblico, ininterrotto e con l’intenzione di agire come proprietario per un periodo di almeno 20 anni. Se queste condizioni sono soddisfatte, il possessore può richiedere l’usucapione in tribunale o attraverso la mediazione, affermando il suo diritto di proprietà sull’immobile. Nel caso però della donazione è sufficiente dimostrare solo il possesso continuativo per 20 anni dalla donazione (verbale). Non è quindi necessario ciò che la legge chiama “interversione del possesso” ossia un comportamento del detentore tale da volersi atteggiare ad effettivo proprietario del bene che invece è necessario in tutti gli altri casi (si pensi a chi cambia la destinazione d’uso di un immobile o le chiavi dell’appartamento, oppure a chi effettui una ristrutturazione senza chiedere il consenso al titolare). Quali sono i vantaggi di usucapire un immobile? Usucapire un immobile può rappresentare un vantaggio significativo per chi vive in una casa ricevuta in donazione senza un atto formale. Evitando il costo e le procedure legate all’atto notarile, l’usucapione diventa un’opzione conveniente per confermare la proprietà. Questo metodo è particolarmente utile nei casi in cui il contratto di donazione originale è nullo per difetto di forma. È vero: bisogna tuttavia avviare un giudizio per accertare l’usucapione e questo richiede, oltre ai costi vivi per le imposte (il contributo unificato) anche la parcella dell’avvocato, che potrebbe essere addirittura superiore alle spese notarili. Ma è anche vero che la causa può essere sostituita dall’accordo intervenuto in sede di mediazione (che è obbligatoria), se c’è l’accordo tra le parti. In buona sostanza, donante e donatario si accordano in mediazione con riconoscimento della proprietà in capo a quest’ultimo, senza così dover adire poi il tribunale. Come si dimostra l’usucapione in tribunale o con la mediazione? Per dimostrare l’usucapione in tribunale o con la mediazione, il possessore deve fornire prove del suo possesso ininterrotto. Testimonianze, documentazione e altri tipi di prove possono supportare la domanda giudiziale. Se il giudice ritiene sufficienti le prove, l’usucapione verrà concessa e il possessore diventerà il legittimo proprietario dell’immobile. Come detto però non c’è alcun bisogno di giudizio se le parti trovano l’accordo in mediazione. Fonte Internet