Coppie non sposate: come si riconosce il figlio prima e dopo la nascita. Il caso del figlio con meno di 14 anni o più grande.
RIriconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio Coppie non sposate: come si riconosce il figlio prima e dopo la nascita. Il caso del figlio con meno di 14 anni o più grande. Chi nasce da una coppia sposata si presume già, per legge, essere figlio dei suddetti coniugi. Chi invece nasce da una coppia non sposata deve essere riconosciuto. È proprio il riconoscimento che serve infatti a ufficializzare il cosiddetto rapporto di filiazione che c’è tra una determinata coppia e un bambino. In questa guida comprenderemo dunque cos’è il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio, vedremo come si fa il riconoscimento prima della nascita e dopo di essa, qual è la differenza della procedura tra il riconoscimento di un figlio piccolo e di uno grande. Analizzeremo poi cosa succede se uno dei due genitori non riconosce il figlio e se l’altro si può opporre al suo successivo riconoscimento. Ma procediamo con ordine. Indice * Cos’è il riconoscimento dei figli? * È obbligatorio riconoscere un figlio? * Quale cognome si dà al figlio? * Chi riconosce un figlio deve indicare chi è l’altro genitore? * Riconoscimento anticipato del figlio prima della nascita * Quando il riconoscimento anticipato è consigliato * Come si fa il riconoscimento del figlio non ancora nato? * Riconoscimento del figlio alla nascita * Riconoscimento del figlio dopo la nascita * Riconoscimento del figlio minore di 14 anni * Un genitore si può opporre al riconoscimento del figlio da parte dell’altro genitore? * Quando può essere rifiutato il riconoscimento del figlio? * Riconoscimento del figlio con almeno 14 anni Cos’è il riconoscimento dei figli? Il riconoscimento è la procedura attraverso cui uno o entrambi i genitori affermano di essere il padre o la madre di un bambino nato fuori dal matrimonio, conferendogli così lo status legale di “figlio” e stabilendo di conseguenza un legame di parentela. Questo atto riveste un’importanza cruciale per assicurare ogni tipo di protezione sia al minore che al genitore che ne avrà la responsabilità. Questo gesto è caratterizzato dalla sua natura volontaria, individuale (non si accetta nessun tipo di delega) e definitiva. Non è revocabile, salvo ovviamente scoprire in un momento successivo che il figlio è di un’altra persona. In caso di procreazione medicalmente assistita, il riconoscimento perde il suo carattere di libera scelta diventando un procedimento automatico derivante dall’utilizzo di tali metodi: in queste circostanze, uno o entrambi i genitori sono tenuti a effettuare prontamente la registrazione della nascita, seguendo le stesse procedure previste per i figli nati all’interno del matrimonio. Per esempio, nel caso di una fecondazione assistita con il seme del marito deceduto, conservato criogenicamente, il riconoscimento diventa un passaggio obbligatorio e non discrezionale, anche se il parto avviene oltre i 300 giorni dal decesso del padre. Per procedere al riconoscimento, i genitori o il singolo genitore devono essere almeno sedicenni. Chi non ha ancora compiuto 16 anni può riconoscere un figlio solo con l’approvazione del tribunale ordinario, che deve prendere in considerazione la situazione specifica e il bene del minore. È obbligatorio riconoscere un figlio? Il padre ha l’obbligo di riconoscere il figlio: non può sottrarsi ad esso neanche in caso di gravidanza indesiderata o di accordo con la madre di questi. Qualsiasi patto contrario è nullo e non ha effetto. Sicché, l’uomo che non riconosce il figlio può essere obbligato con il test di paternità dinanzi al giudice. Se vi si sottrae senza giustificato motivo, il riconoscimento avviene in automatico. La madre non ha l’obbligo di riconoscere il figlio: questo diritto, pensato solo per evitare l’aborto e quindi portare la gravidanza sino al compimento, consente alla donna di lasciare il figlio all’ospedale dopo il suo parto. Quale cognome si dà al figlio? La coppia può decidere di dare al figlio il cognome della sola madre, del padre, della madre e del padre nell’ordine da questi prescelto. Nel caso di disaccordo tra i genitori, decide il giudice dando al bambino il cognome sia del padre che della madre in quest’ultimo ordine. Chi riconosce un figlio deve indicare chi è l’altro genitore? L’atto di riconoscimento effettuato da un solo genitore non deve includere riferimenti all’altro genitore. Qualora ciò avvenga, tali informazioni sono considerate nulle e devono essere omesse. Riconoscimento anticipato del figlio prima della nascita Sia i genitori in coppia sia esclusivamente la madre hanno la possibilità di procedere al riconoscimento del bambino ancora non nato per garantirne la protezione anticipata rispetto a eventuali imprevisti. È il cosiddetto riconoscimento del concepito (articolo 254, comma 1, del codice civile). A causa della necessità di identificare anche la madre nel processo di riconoscimento, il padre non ha la facoltà di effettuare questo atto senza che prima la madre lo abbia fatto. Nel caso in cui la madre riconosca il bambino da sola, un successivo riconoscimento da parte del padre è possibile soltanto con il consenso materno. Quando il riconoscimento anticipato è consigliato Il riconoscimento anticipato si rivela particolarmente utile in diverse situazioni, ad esempio per fronteggiare eventuali complicazioni durante il parto, consentendo così al padre di assumere immediate decisioni riguardanti il figlio, o in presenza di una patologia nota che potrebbe portare all’incapacità del padre o della madre, oppure ancora in caso di un’impossibilità prolungata della madre di recarsi presso l’ufficio anagrafe successivamente al parto, evitando così che il bambino resti temporaneamente senza riconoscimento. Esistono situazioni in cui la madre spinge il padre a riconoscere il figlio per evitare un successivo ripensamento. Come si fa il riconoscimento del figlio non ancora nato? Il riconoscimento si effettua presso l’ufficio di stato civile del Comune di residenza di uno dei genitori del nascituro, attraverso la presentazione di un certificato medico che confermi la gravidanza e indichi il periodo di gestazione. Dopo la dichiarazione di riconoscimento, l’ufficiale dello stato civile compila un verbale del quale viene fornita copia ai genitori, nel caso di riconoscimento congiunto, o alla madre, se ha riconosciuto il bambino da sola. Alla nascita del bambino, il genitore, munito della copia del verbale e del certificato di nascita rilasciato
Quando è addebitabile al datore di lavoro l’infortunio occorso al lavoratore? Il datore di lavoro risarcisce per violazione dell’obbligo di formazione.
Responsabilità del datore di lavoro per la formazione del dipendente Quando è addebitabile al datore di lavoro l’infortunio occorso al lavoratore? Il datore di lavoro risarcisce per violazione dell’obbligo di formazione. In materia di responsabilità del datore di lavoro per il reato di lesioni colpose con violazione della disciplina in materia di salute e sicurezza del lavoro, l’inosservanza dell’obbligo di formazione rileva solo ove possa dirsi determinante rispetto all’ infortunio subìto dal lavoratore. Il nesso causale va pertanto escluso quando l’evento costituisca la concretizzazione di un rischio immediatamente percepibile da parte del lavoratore e quando la formazione omessa non avrebbe comunque evitato l’evento. Ci si chiede spesso, in occasione di procedimenti penali sorti in seguito a incidenti sul lavoro, di chi sia la responsabilità e soprattutto quali sia il collegamento tra infortunio sul lavoro e obbligo di formazione. Il Tribunale di Milano, in una di queste vicende, giunge a escludere la responsabilità del datore di lavoro sulla base di due aspetti: uno legato alla concretizzazione dello specifico rischio che l’obbligo formativo mirava a scongiurare e l’altro connesso alla evitabilità del predetto evento grazie alle cautele formative. Nel dare risalto alla centralità dell’obbligo formativo, il giudicante estende le proprie considerazioni anche alla riaffermazione delle più rigorose acquisizioni in materia di individuazione del ruolo di garante in capo al datore di lavoro. Il Tribunale insomma ci descrive se e quando si può parlare di responsabilità del datore di lavoro per violazione dell’obbligo di formazione. Indice * La vicenda * Cosa ha deciso sul punto il Tribunale? * Come è stata valutata l’azione del lavoratore infortunato rispetto alla vicenda? * Conlusioni La vicenda Un lavoratore dipendente della ditta aggiudicataria dell’appalto per l’esecuzione dei servizi di pulizia e igiene ambientale riportava lesioni gravi da cui derivava l’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un periodo superiore a quaranta giorni. Nello specifico, il lavoratore era addetto alla pulizia di una piattaforma della stazione e, terminate le operazioni di raccolta dei rifiuti, si infortunava rimanendo con la gamba incastrata tra il trattorino elettrico utilizzato fino a qualche minuto prima e il suo rimorchio, costituito da un carrello in ferro, salendo a bordo nel frangente in cui il collega addetto alla guida del mezzo effettuava una manovra di inversione di marcia. Insieme al lavoratore addetto alla guida del trattorino elettrico, veniva imputato il Presidente del Consiglio di amministrazione della società aggiudicataria del predetto appalto, in qualità del datore di lavoro, che veniva chiamato a rispondere a titolo di cooperazione colposa nel reato di lesioni gravi, commesso con violazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Più in particolare veniva contestato di non aver formato il lavoratore infortunatosi in merito al rischio specifico derivante dalla presenza, sulla piattaforma, del trattorino che lo aveva investito. Cosa ha deciso sul punto il Tribunale? Non ha ritenuto configurabile una condotta colposa del datore di lavoro nella causazione del sinistro sulla scorta di una ragionevole motivazione. Le mansioni di sanificazione dei locali cui era addetto il lavoratore addetto alle pulizie sono classificate a basso rischio e non prevedono l’utilizzo di macchine motrici quali il trattorino che ha causato l’incidente. Il documento della valutazione dei rischi adottato dalla ditta aggiudicataria dell’appalto riservava espressamente l’uso delle macchine al solo personale addestrato. La necessaria formazione in merito all’utilizzo del veicolo era stata adeguatamente fornita al soggetto che avrebbe dovuto utilizzarlo quale conducente, al coimputato del datore di lavoro per intenderci, dotato di apposito patentino di guida e dipendente specializzato nell’utilizzo del macchinario. Il soggetto e collega che aveva investito la persona offesa era pertanto unico responsabile delle operazioni di utilizzo del trattorino, che, è bene sottolinearlo ai fini del prosieguo del discorso, non era adibito al trasporto dei passeggeri. In quanto tale, egli avrebbe dovuto impedire alla vittima di salire sulla parte posteriore del macchinario e avrebbe dovuto evitare la manovra di retromarcia che ha poi cagionato il grave sinistro. Come è stata valutata l’azione del lavoratore infortunato rispetto alla vicenda? Secondo il Tribunale l’incidente era da attribuirsi, oltre che alla condotta dell’imputato e collega della persona infortunata, anche al comportamento definito eccentrico di quest’ultima, rispetto alle sue mansioni e alle direttive organizzative ricevute. La persona offesa non avrebbe dovuto mai prendere posto sul trattorino perché oltre a non essere ciò consentito, non era necessario all’espletamento delle mansioni affidategli che riguardavano la semplice raccolta dei rifiuti dalla banchina. Tale comportamento insomma, conclude il Tribunale, non era dunque prevedibile da parte del datore di lavoro. A ciò è doveroso aggiungere, ritiene chi scrive, che la manovra posta in essere dalla vittima e consistita nel posizionarsi sul trattorino in maniera sconsiderata, ossia senza alcuna precauzione, è percepibile come pericolosa, o meglio dovrebbe esserlo, non solo da un lavoratore esperto ma anche da qualsiasi persona, senza alcuna necessità di formazione o informazione. Conlusioni Di qui, il proscioglimento dall’accusa del datore di lavoro. L’obbligo di formazione deve avere un contenuto definito in principio. Deve fare riferimento ai rischi tipici delle mansioni svolte e comprendere sia i rischi di categoria, relativi al tipo di attività svolta, sia i rischi specifici, legati all’uso di un particolare macchinario. Sono esclusi dall’ambito di formazione i rischi immediatamente percepibili che, senza fare riferimento al lavoratore esperto, sono riscontrati anche da chiunque sulla base del semplice buon senso. FONTE INTERNET
È legale fare l’etilometro a una persona che cammina a piedi in strada? NO! NO! NO!
Controllo alcoltest prima di salire in auto: è lecito? È legale fare l’etilometro a una persona che cammina a piedi in strada? NO! No! NO! L’alcoltest è legittimo se il conducente è a bordo di un veicolo fermo? La guida in stato di ebbrezza è un illecito che, nelle ipotesi più gravi, può costituire perfino un reato. In ogni caso, la legge prevede la sospensione della patente e la decurtazione dei punti. Per accertare l’abuso di sostanze alcoliche la polizia si avvale solitamente di un etilometro, cioè di un dispositivo in grado di rilevare se il tasso di alcol nel sangue (l’alcolemia) supera la soglia di legge. In questo preciso contesto si pone il seguente quesito: è lecito il controllo alcoltest prima di salire in auto? In buona sostanza, si tratta di capire se è legale fare l’etilometro a una persona che cammina a piedi in strada, prim’ancora che salga a bordo della propria vettura. Vediamo cosa dice la legge. Indice * Quando c’è guida in stato di ebbrezza? * Com’è punita la guida in stato d’ebbrezza? * È legale l’alcoltest prima di salire in auto? * È legale l’alcoltest mentre si passeggia? * È legale l’alcoltest se il veicolo è fermo? Quando c’è guida in stato di ebbrezza? La soglia di rilevanza per la guida in stato di ebbrezza è rappresentata dal tasso alcolemico superiore a 0,5 g/l (grammi di alcol per litro di sangue). Superato questo limite, secondo la legge il conducente si trova in stato di ebbrezza, anche se è completamente padrone di sé e, pertanto, perfettamente in grado di guidare il veicolo in sicurezza. Com’è punita la guida in stato d’ebbrezza? Il codice della strada prevede tre scaglioni di sanzioni a seconda della gravità della condotta, ossia a seconda di quanto alcol viene trovato nel sangue del conducente a seguito dell’alcoltest: * da 0,51 a 0,8 g/l è prevista la sola sanzione del pagamento da 543 a 2.170 euro, oltre alla sospensione della patente da 3 a 6 mesi. Non c’è quindi reato ma solo illecito amministrativo; * da 0,81 a 1,5 g/l scatta il reato, punito con l’ammenda da 800 a 3.200 euro, l’arresto fino a sei mesi e la sospensione della patente da 6 mesi a un anno; * oltre 1,5 g/l è previsto l’arresto da 6 mesi a 1 anno, l’ammenda da 1.500 a 6mila euro, la sospensione della patente da 1 a 2 anni e la confisca dell’auto. Le stesse sanzioni si applicano a chi rifiuta l’alcoltest. In ogni caso, la legge prevede la decurtazione di 10 punti dalla patente. È legale l’alcoltest prima di salire in auto? È illegale sottoporre una persona all’alcoltest prima di mettersi alla guida di un veicolo. Tanto si evince dalla norma del codice della strada che così testualmente stabilisce: «È vietato guidare in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di bevande alcoliche» [1]. Nel concetto di “guida”, infatti, non può rientrare quello della persona che si trova a piedi e che si sta indirizzando verso il proprio veicolo. Nemmeno si potrebbe obbligare qualcuno a sottoporsi all’etilometro per ragioni di prevenzione: nessuna norma impone il controllo del tasso alcolemico in via preventiva, cioè quando ancora non ci si è posti alla guida di un veicolo. Possiamo quindi affermare che l’alcoltest prima di salire in auto è illegittimo. È legale l’alcoltest mentre si passeggia? Quanto detto nel precedente paragrafo vale tanto più nell’ipotesi di persona che cammina a piedi in strada: è illegale sottoporlo all’alcoltest in quanto la sua condotta non ha nulla a che vedere con la guida di un veicolo. È appena il caso di ricordare che l’ubriachezza, di per sé, non costituisce un illecito fintantoché non diventi “manifesta”. La legge [2] punisce chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è colto in stato di evidente ubriachezza; in ipotesi del genere è prevista la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 a 309 euro. Si legga, a tal proposito, l’articolo dal titolo Denuncia per ubriachezza. Ad ogni modo, anche qualora l’ubriachezza in luogo pubblico o aperto al pubblico fossa manifesta, le autorità non potrebbero costringere il soggetto fermato a sottoporsi all’alcoltest, potendo invece rilevare l’abuso di sostanze alcoliche dai sintomi tipici dell’assunzione di tali bevande (alito fortemente vinoso, occhi arrossati o lucidi, incapacità di reggersi in piedi, ecc.). È legale l’alcoltest se il veicolo è fermo? A conclusioni differenti deve giungersi nell’ipotesi di controllo alcoltest del conducente a bordo di un veicolo fermo. Secondo la Corte di Cassazione [3], la fermata è una fase della circolazione che, quindi, non si sottrae alle regole generali del codice della strada. Di conseguenza, anche l’automobilista fermo nella propria vettura può essere legittimamente sottoposto ad alcoltest e, dunque, essere sanzionato nel caso di superamento dei limiti. In questo senso anche un’altra sentenza: essendo la “guida” intesa come circolazione di veicoli, ed essendo la fermata una fase della circolazione, il soggetto in fermata può essere legittimamente controllato con alcoltest e sanzionato, se ricorrono i presupposti [4]. Secondo un altro orientamento [5], invece, perché si possa sottoporre a etilometro il soggetto in fermata occorre che questi, prima di fermarsi, abbia effettivamente circolato con la vettura. In buona sostanza, secondo questa tesi, la punibilità è subordinata alla prova certa che il presunto trasgressore abbia circolato già in stato di ebbrezza prima di stazionare nel luogo ove è avvenuto l’accertamento con l’alcoltest. Di conseguenza, il conducente fermo potrebbe discolparsi provando di essersi appena messo in auto oppure di aver bevuto mentre era in fermata e non in precedenza, cioè durante la circolazione. FONTE INTERNET
Intelligenza artificiale?- Non preoccupati- e’ come internet 40 anni fa.IFDFX Investigazioni-Indagini Aziendali
Intelligenza artificiale?- Non preoccupati- e’ come internet 40 anni fa. Mille licenziati ogni giorno nelle aziende tecnologiche. Nuove assunzioni soprattutto nell’Ai L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro nei colossi tecnologici è già evidente. Continuano i tagli cominciati dal 2023. Ma molte aziende assumono a ritmo sostenuto nei nuovi settori in crescita. Come l’Ai generativa 40 mila licenziamenti da inizio anno. Una media di mille al giorno nei primi due mesi del 2024. Tagli che riguardano colossi tecnologici e piccole startup. Da San Francisco a Tel Aviv. Ma che hanno un minimo comune denominatore: ridurre i costi per puntare sull’Intelligenza artificiale. Specie quella generativa. Capace di organizzare parte del lavoro, o scrivere e inviare email, o diventare a sua volta un asset per l’azienda. E così da inizio anno il ritmo dei tagli è fatto sempre più calzante. Cisco il 14 febbraio ha dichiarato 4.250 licenziamenti, il 5% della sua forza lavoro; PayPal 2.500; Microsoft 1.900; Sap 8.000; Bay e Google 1000; Amazon 440; Snapchat 500; Zoom 150. Numeri al momento di poco inferiori al ritmo dei primi due mesi dello scorso anno, quando in totale persero il lavoro nel tech 263 mila persone con un inizio anno da incubo caratterizzato dai licenziamenti di Meta, Amazon e Microsoft. Ma che fotografano un trend che continua. E che cela altri fenomeni. Altri assetti che la digital economy sta cercando. La ricerca di nuovi assetti. Il focus sull’intelligenza artificiale Questo solo per tenere conto delle aziende più note. Ma secondo Layoff, un portale che dal 2021 raccoglie tutti i licenziamenti fatti dalle tech company – quelli di cui perlomeno si è saputo qualcosa – sono circa 300 le aziende che da inizio gennaio a oggi hanno deciso di tagliare la propria forza lavoro. Il numero preciso dei licenziamenti è di 39.496 nel 2024, conta il portale usato spesso dai grandi giornali finanziari come bussola dell’andamento del mercato del lavoro nel tech. C’è un fenomeno in atto. Che affonda le sue radici nella pandemia da Covid-19, quando tutte le aziende tecnologiche hanno fatto incetta di nuovi dipendenti seguendo la promessa che i confinamenti avrebbero portato ad un trionfo del digitale sugli spazi fisici (Zoom, la piattaforma di video streaming, è diventata un’icona di questa rivoluzione). Promessa che dopo la pandemia è stata assai ridimensionata. E ora, scemata la bulimia da digitale, le aziende
IDFOX Investigazioni -Investigatore Privato-Agenzia Investigativa Milano-
IDFOX Investigazioni -Investigatore Privato-agenzia Investigativa Milano- Investigazioni Private, Investigatore Privato, Agenzia Investigativa, Indagini Aziendali, Indagini Penali, Informazioni commerciali, Recupero crediti. IDFOX Investigazioni è un’agenzia storica con sede in Milano ed operativa in tutta Italia ed Estero. Richiedi un preventivo L’agenzia IDFOX Investigazioni, pone in campo una esperienza ultraventennale nel settore delle investigazioni e utilizza tutte le opportune tecniche nell’attività di intelligence, ricercando mezzi e sistemi sempre all’avanguardia, avvalendosi, nello specifico, di esperti del settore di provata affidabilità e concreta maturata esperienza professionale, con studi strategici finalizzati al raggiungimento dell’obiettivo. La nostra agenzia investigativa, attraverso la ricerca approfondita di fonti di prova e/o elementi di verità, rappresenta uno strumento essenziale, strategico e concreto per la tutela della libertà del cittadino e per la raccolta di materiale giuridicamente valido da rappresentare in sede di giudizio. L’agenzia investigativa Agata Christie investigazioni opera da oltre 30 anni, raggiungendo i più elevati standard qualitativi, ottenendo prove concrete, avvalendosi di investigatori privati di provata esperienza e riservatezza. Se un dubbio vi attanaglia e per qualsiasi informazione per risolvere i vostri problemi personali e professionali su investigazioni private, investigazioni aziendali, investigazioni tecniche scientifiche, investigazioni finanziare e commerciali, non esitate a mettervi in contatto con noi per richiedere un preventivo gratuito
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Risarcimento Danni-Infortunio sul lavoro-Corte di Cassazione, la n. 46855 del 22 novembre 2023 commentata nell’articolo “La condanna di un preposto per non avere sospesa un’attività pericolosa”,
Corte di Cassazione, la n. 46855 del 22 novembre 2023 commentata nell’articolo “La condanna di un preposto per non avere sospesa un’attività pericolosa”, Si rincorrono le sentenze a carico dei preposti, siano essi di diritto che di fatto, una figura in realtà prevista nella organizzazione della sicurezza delle aziende fin dal 1955 con il D.P.R. n. 547, contenente le norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, ma che poi, con l’introduzione delle direttive europee e in particolare del D. Lgs. n. 626 nel 1994 e del successivo D. Lgs. n. 81 nel 2008, ha acquisita sempre maggiore importanza per il compito allo stesso affidato di vigilare e sovrintendere i lavoratori nonché di segnalare ai datori di lavoro qualsiasi deficienza di mezzi, attrezzature o dispositivi di protezione individuali. È una osservazione questa che appena un mese fa abbiamo fatto nel pubblicare un’altra sentenza della stessa Sezione IV della Corte di Cassazione, la n. 46855 del 22 novembre 2023 commentata nell’articolo “La condanna di un preposto per non avere sospesa un’attività pericolosa”, con la quale era stato condannato un preposto per non avere sospeso l’attività in un cantiere considerata la presenza di una situazione pericolosa che ha poi portato all’infortunio mortale di un lavoratore. Di recente il legislatore, come è noto, ha voluto ampliare i compiti assegnati alla figura del preposto apportando delle modifiche all’art. 19 del D. Lgs. n. 81/2008 riguardante gli obblighi posti a suo carico. Nel comma 1 di tale articolo infatti è stato aggiunto il compito per lo stesso di intervenire per modificare il comportamento dei singoli lavoratori e di interrompere anche la loro attività, se non conforme alle disposizioni di legge e aziendali in materia di salute e sicurezza sul lavoro, fornendo le necessarie indicazioni di sicurezza e informando i diretti superiori. Con l’introduzione poi nello stesso comma di una ulteriore lettera, la f-bis, è stato attribuito al preposto anche il compito, nel caso che venissero rilevate delle deficienze sia dei mezzi che delle attrezzature di lavoro o comunque delle condizioni di pericolo, di interrompere temporaneamente l’attività e di segnalare tempestivamente al datore di lavoro e al dirigente le non conformità rilevate. Nel caso in esame il capo squadra di una impresa subappaltatrice era stato condannato nei due primi gradi di giudizio perché ritenuto responsabile, quale preposto di fatto, dell’infortunio di un lavoratore rimasto colpito a un occhio da un chiodo schizzato da una muratura e che stava rimuovendo mediante una attrezzatura non idonea e per non essere intervenuto a sospendere quella operazione essendo il lavoratore privo degli occhiali di protezione. L’imputato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione per l’annullamento della sentenza di condanna, basandolo essenzialmente sul fatto che l’ordine di effettuare quella operazione era stato dato direttamente dal capo cantiere, ma la stessa lo ha comunque rigettato sostenendo che, essendo presente sul posto, avrebbe dovuto adottare una maggiore vigilanza sull’utilizzo da parte del lavoratore degli occhiali antinfortunistici e sarebbe dovuto intervenire a sospendere quella pericolosa operazione. Il fatto, l’iter giudiziario il ricorso per cassazione e le motivazioni. La Corte di Appello ha confermata la sentenza con cui il Tribunale aveva ritenuto il capo squadra di una impresa alla quale erano stati affidati dei lavori in subappalto in un cantiere colpevole dei reati di cui all’art. 590 c.p., commi 1, 2 e 3 e di cui al D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 art. 19, comma 1, lett. a) e, concesse le circostanze attenuanti generiche, e unificati i reati sotto il vincolo della continuazione, lo aveva condannato alla pena di due mesi di reclusione e di 200 euro di multa, oltre alla condanna al risarcimento dei danni in favore dell’Inail da quantificarsi in sede civile. Il procedimento aveva avuto ad oggetto l’infortunio occorso a un lavoratore mentre era intento a tagliare una fila di chiodi in acciaio infissi in una parete di calcestruzzo lunga circa 30 m, lavorazione compiuta dapprima mediante una macchina smerigliatrice detta flex grande e quindi, non riuscendo a togliere l’ultimo chiodo per la mancanza di un attrezzo più idoneo, utilizzando un martello con cui dava un colpo al chiodo che spezzatosi rimbalzava contro il muro trasversale attingendolo all’occhio. Il lavoratore al momento dell’infortunio era privo di occhiali protettivi sicché l’impatto gli provocava una lesione consistita in “trauma bulbare perforante OD”, che rendeva necessario un intervento chirurgico con prognosi di 283 giorni. Il giudice di primo grado aveva concluso che sull’imputato gravava l’obbligo di sovrintendere sull’osservanza degli obblighi di legge da parte dei lavoratori in quanto investito dei poteri di superiore diretto quale preposto di fatto. Lo stesso pertanto, secondo il Tribunale, doveva vigilare sulle modalità di svolgimento del lavoro e pretendere che fossero utilizzati i dispositivi di protezione individuale, obbligo che nella specie non era stato osservato. Anche il giudice di appello aveva fondato il giudizio di responsabilità nei confronti dell’imputato sulla circostanza che lo stesso quale capo squadra era colui che doveva ripartire quotidianamente i compiti e poteva e doveva pretendere l’osservanza delle disposizioni in materia antinfortunistica. Avverso la sentenza d’appello l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del difensore di fiducia, con un unico articolato motivo con il quale ha dedotto in relazione all’art. 606 comma 1, lett. b) ed e), l’inosservanza e l’erronea applicazione del D. Lgs. n. 81 del 2008 art. 590 c.p., art. 2 lett. e) e art. 19 nonché la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione risultante dall’atto in relazione all’omessa valutazione della interruzione causale tra la sua originaria condotta e la verificazione dell’evento secondo le specifiche modalità adottate dal lavoratore infortunato nonché in relazione alla affermata incontrovertibilità della mancanza di D.P.I. durante la fase di lavorazione. Era stato contestato, da un lato, la sussistenza degli elementi del reato di cui all’art. 590 c.p. e dall’altro la qualifica di preposto di fatto riconosciuta dai giudici del merito in capo al ricorrente, assumendo che la sentenza impugnata era giunta ad affermare la sua responsabilità senza individuare l’elemento fondante della sua colpa considerato che era risultato che il capo
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Quanto costa assumere un investigatore privato? In linea di massima, il costo per assumere un investigatore privato varia in base al progetto investigativo concordato con il cliente; nello Quanto costa un investigatore privato? Scopri tariffe e prezzi In linea generale la tariffa oraria applicata ad un’investigazione privata, per operatore ha un costo minimo di € 45 (iva e spese escluse). Investigatore Privato: Cosa Fa, Come Si diventa investigatore privato? Investigatore privato Milano prezzi costi tariffe listino orario o giornata. Cerchi un investigatore privato Milano? 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La direttrice ha maturato un’esperienza pluriennale nel campo investigativo ed assicurativo ha conseguito una Laurea in Giurisprudenza, con specializzazione in diritto internazionale, presso l’Università Bocconi. L’investigatore privato è un professionista che raccoglie informazioni e prove per conto dei propri clienti, per seguire e risolvere casi di diverso tipo: questioni personali, finanziarie o legali. I servizi offerti da un investigatore privato sono molto vari: può fare ricerche sul passato di una persona, ad esempio controllando l’assenza di condanne nei suoi confronti o verificando che le informazioni presentate nel curriculum siano veritiere, può cercare persone scomparse, rintracciare oggetti smarriti o rubati, può investigare su crimini informatici e casi di cyber security, su frodi assicurative, su furti commessi dal personale o sull’abuso dei conti spesa da parte dei dipendenti di un’azienda, investigare su episodi di spionaggio industriale ma anche di infedeltà coniugale, sull’assunzione di droga e su molti altri casi ancora. Che cosa fa un investigatore privato? Uno dei compiti principali dell’investigatore è raccogliere informazioni: le principali fonti di informazioni utili sono due, i documenti e le persone. Per quanto riguarda i documenti, può svolgere ricerche d’archivio per trovare atti notarili, giudiziari, amministrativi o documenti di altro tipo, così come cercare indizi e informazioni in quotidiani, giornali e riviste pertinenti al caso, ma anche in lettere, diari, email, chat, profili social e attività sul web di vario genere. La ricerca può essere svolta sia su documenti cartacei che su documenti digitali, pertanto l’investigatore privato deve conoscere le migliori tecniche da utilizzare in entrambi i contesti. Le persone sono un’altra fonte di informazioni estremamente importante. Per questo l’investigatore privato passa molto tempo a parlare con tutti coloro che sono implicati nel caso che sta seguendo, che possono essere in possesso di informazioni utili o dare indicazioni rilevanti. In questo caso è fondamentale che l’investigatore privato abbia ottime doti comunicative: deve infatti essere in grado di relazionarsi con chiunque, per fare in modo che le persone con cui interagisce gli forniscano le informazioni di cui ha bisogno – consapevolmente o meno. Un’altra mansione molto frequente dell’investigatore privato è la sorveglianza del comportamento di una persona: i motivi possono essere vari, dal verificare la fedeltà coniugale, al controllare il suo operato in assenza dei dirigenti. Nel caso in cui debba monitorare il comportamento altrui, l’investigatore privato può passare lunghe ore a sorvegliare un luogo (un ufficio, un’abitazione…), oppure seguire gli spostamenti della persona senza farsi notare, per produrre delle prove inconfutabili del comportamento del “sospetto”. Questo significa ad esempio utilizzare cannocchiali, binocoli e rilevatori satellitari (GPS), scattare fotografie e riprendere filmati. L’investigatore privato tiene traccia delle informazioni di cui è a conoscenza, e documenta i risultati delle proprie ricerche: in questo modo può analizzare l’evoluzione del caso e identificare nuove linee investigative da seguire, nell’eventualità in cui prove ed evidenze raccolte non fossero sufficienti. Inoltre, deve conoscere i limiti imposti dalla legge alle attività di investigazione privata, per non infrangerli durante le proprie ricerche e per essere certo che le prove raccolte possano essere utilizzate in tribunali e processi. L’investigatore privato lavora per lo più come dipendente di agenzie di investigazioni e società di sicurezza privata, oppure in modo indipendente presso la propria agenzia investigativa. Può seguire casi affidatigli dai privati, così come da società di assicurazione, banche, aziende, organizzazioni ed enti sia pubblici che privati. L’orario di lavoro deve necessariamente essere molto flessibile: se le ricerche di informazioni possono essere svolte dal computer di un ufficio in orari tradizionali, pedinamenti e sorveglianze invece non hanno orari. L’investigatore privato quindi può dover lavorare di notte e nei fine settimana, e se necessario compiere lunghe trasferte. Lo stipendio può variare molto, a seconda delle diverse tipologie di caso e della complessità e lunghezza delle indagini necessarie. Quali Sono i Compiti e le Mansioni di un Investigatore Privato? Le principali mansioni di un investigatore privato sono: * Raccogliere informazioni, prove, indizi ed evidenze * Condurre ricerche di documenti cartacei e digitali * Condurre interviste per ottenere informazioni * Sorvegliare il comportamento di soggetti sospetti senza farsi notare * Analizzare le informazioni in possesso per risolvere i casi * Documentare le proprie attività, le informazioni raccolte e i risultati ottenuti Come Diventare Investigatore Privato? Formazione e Requisiti Non c’è una formazione standard per diventare investigatore privato: per ottenere una posizione entry-level può bastare un diploma superiore, ma è utile avere un’istruzione accademica. A seconda degli ambiti di cui si occupa l’investigatore, può essere richiesta ad esempio una laurea in Giurisprudenza, in Economia e Finanza (per investigare su casi aziendali o su frodi finanziarie), in Informatica (per i crimini connessi alla cybersecurity). Esistono anche corsi per investigatori privati: affrontano nozioni basilari per la professione come elementi di diritto civile e penale, leggi sulla privacy, strumenti e pratiche di ricerca di documenti cartacei ed elettronici, tecniche e metodologie di indagine, modalità di interrogazione e redazione di