relazione dell’investigatore privato è prova sufficiente per il licenziamento Confermato dalla Cassazione il provvedimento nei confronti del lavoratore reo di svolgere un altro lavoro mentre è in malattia

relazione dell’investigatore privato è prova sufficiente per il licenziamento Confermato dalla Cassazione il provvedimento nei confronti del lavoratore reo di svolgere un altro lavoro mentre è in malattia * Condotte incompatibili con lo stato di malattia * La tesi del dipendente * Dossier investigativo in giudizio * La decisione della Cassazione Condotte incompatibili con lo stato di malattia [Torna su] La vicenda trae origine dal licenziamento di un dipendente, il quale è stato allontanato per giusta causa per aver tenuto, durante l’assenza per malattia, condotte incompatibili con lo stato di salute e comunque pregiudizievoli della sua guarigione. Il lavoratore si è quindi rivolto al Tribunale, che nel corso del procedimento di urgenza ha confermato la validità del provvedimento sanzionatorio. All’esito del giudizio di primo grado, il Tribunale ha invece accolto l’opposizione del lavoratore, ordinando la reintegra del dipendente nell’organico dell’azienda. Quest’ultima ha quindi proposto appello, ottenendo la riforma della sentenza di primo grado. Contro la sentenza di secondo grado è ricorso per Cassazione il lavoratore. La tesi del dipendente [Torna su] I difensori del lavoratore, oltre a sostenere argomentazioni di natura procedurale, hanno chiesto alla Suprema Corte di annullare la conferma del licenziamento lamentando l’utilizzo, ai fini della decisione dei giudici di appello, del dossier redatto dall’agenzia investigativa incaricata dall’azienda, in quanto il report era stato formalmente disconosciuto dal lavoratore. Dossier investigativo in giudizio [Torna su] Il suddetto motivo è stato ritenuto inammissibile in quanto il ricorrente ha sollecitato alla Corte un apprezzamento delle modalità con cui le investigazioni sono state condotte, circostanza riservata al giudice di merito. Il disconoscimento della relazione investigativa da parte del lavoratore, inoltre, non produce un effetto processuale in quanto la relazione è una scrittura privata proveniente da un terzo. È stato inoltre rilevato che l’investigatore privato incaricato è stato regolarmente escusso durante il procedimento, ed ha deposto attribuendosi la paternità dell’elaborato prodotto in giudizio, il cui contenuto ha confermato nella sua totalità, fornendo quindi al giudice elementi utili per il proprio convincimento. Il detective ha infatti confermato che il lavoratore, durante la malattia, ha svolto continuativamente l’attività di istruttore di kick boxing, mentre i testi addotti dal lavoratore sono risultati del tutto inattendibili. Attività lavorativa che era certamente incompatibile con la malattia, in quanto avrebbe pregiudicato o ritardato la guarigione. Circostanza da valutare ex ante, vale a dire nel momento in cui il dipendente era malato e mentre svolgeva altra attività, e che certamente non può essere smentita da una consulenza tecnica eseguita nel corso del giudizio. A ciò si aggiunge che le certificazioni mediche hanno dimostrato un progressivo peggioramento della patologia da cui era gravato il lavoratore (problema alla spalla destra), certamente poco compatibile con l’attività di istruttore di arti marziali. La decisione della Cassazione [Torna su] Con il provvedimento numero 5002 del 26 febbraio 2024, la sezione lavoro della Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando il suo licenziamento e condannandolo anche al pagamento delle spese.  

La Cassazione chiarisce che la sanzione per la sosta a pagamento scaduta può essere applicata per ogni periodo di ventiquattr’ore, per il quale si protrae la violazione

Sosta con ticket scaduto: quante multe? La Cassazione chiarisce che la sanzione per la sosta a pagamento scaduta può essere applicata per ogni periodo di ventiquattr’ore, per il quale si protrae la violazione Sosta oltre il termine stabilito Nel caso in esame, un automobilista veniva sanzionato con quattro verbali per aver sostato con il proprio autoveicolo in zona di sosta regolamentata oltre il termine stabilito dai ticket. Rispetto alla suddetta circostanza, il soggetto sanzionato aveva proposto opposizione dinanzi al Giudice di Pace di Pistoia e poi appello dinanzi al Tribunale territorialmente competente. Sul punto, il Tribunale aveva in particolare ritenuto che “nell’ambito di un medesimo periodo di sosta regolamentata può essere elevata una sola sanzione per superamento dell’orario pagato, non già una sanzione per ogni frazione temporale di sosta oltre l’orario consentito. Pertanto, all’odierno appellante è stata correttamente erogata una sola sanzione per violazione della sosta regolamentata nell’arco di un medesimo periodo”. Avverso tale ultima decisione, l’automobilista aveva proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. Sanzione per ogni periodo di 24h La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 4187/2024 (sotto allegata), ha rigettato il ricorso proposto e condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio. In relazione alla specifica contestazione del ricorrente sopra evidenziata, il Giudice di legittimità ha ritenuto il motivo non fondato, in quanto “Il comma 15 dell’art. 7 del d.lgs. n. 285 del 1992, oggetto di censura, prevede che «nei casi di sosta vietata, in cui la violazione si prolunghi oltre le ventiquattro ore, la sanzione amministrativa pecuniaria è applicata per ogni periodo di ventiquattro ore, per il quale si protrae la violazione. Se si tratta di sosta limitata o regolamentata, la sanzione amministrativa è del pagamento di una somma da euro 25 ad euro 100 e la sanzione stessa è applicata per ogni periodo per il quale si protrae la violazione». Rispetto a tale norma la Corte Costituzionale ha avuto modo di pronunciarsi, affermando, riferisce il Giudice di legittimità, che “il periodo di protrazione della violazione, che consente la reiterazione della sanzione, non si riferisce alla sosta autorizzata per il periodo determinato dal pagamento effettuato dall’utente o indicato nel disco orario esposto, bensì alla protrazione della sosta oltre la fascia di vigenza giornaliera – o infragiornaliera – della sosta (..). Con il risultato che la sanzione per la protrazione del divieto di sosta permanente può essere reiterata ogni ventiquattro ore”. Sulla scorta del tenore letterale della norma, nonché di quanto riferito dalla Consulta, la Cassazione ha dunque rigettato il ricorso proposto. Scarica pdf Cass. n. 4187/2024  

Agenzia Investigativa IDFOX -Since 1991- Investigazioni -indagini aziendali e private bancarie commerciali forensi ed investigazioni informatiche

  Agenzia Investigativa IDFOX -Since 1991- Investigazioni -indagini aziendali e private bancarie commerciali forensi ed investigazioni informatiche. Quanto costa un investigatore privato a Milano? Per i nostri clienti , le tariffe sono chiare e nessuna sorpresa nei costi. Contatta l’Agenzia investigativa IDFOX. Quali sono i costi di un investigatore Privato a Milano? I prezzi del tariffario esposto nelle sedi della nostra Agenzia Investigativa.

Elon Musk fa causa a Sam Altman: “OpenAI è diventata una succursale…Idfox Corporate investigation

  Elon Musk fa causa a Sam Altman: “OpenAI è diventata una succursale di Da soci a nemici nello spazio di un algoritmo. Elon Musk ha denunciato OpenAI, il suo Ceo Sam Altman e il Presidente Gregory Brokman per aver violato la mission iniziale: una piattaforma aperta, open source, a beneficio dell’umanità per la conoscenza, l’istruzione, la ricerca. Era il 2015 quando lo stesso Musk figurava tra i finanziatori della società e sedeva nel cda della stessa, fino al 2018 quando il padre di Tesla rassegnò le dimissioni. Da queste buone intenzioni iniziali le cose sono cambiate drasticamente, come si è capito negli ultimi mesi, fino alla possibile quotazione in Borsa di OpenAI stimata tra 80 e 100 miliardi di dollari. Come al solito Musk non usa giri di parole. “OpenAI è diventata una sussidiaria di Microsoft”. E su questo aspetto, dicono gli analisti, potrebbe nascere una indagine dell’Antitrust sia nel mercato americano che in UE e Regno Unito per vericare una posizione dominanta tra la maggiore azienda di software e il leader dell’Intelligenza Artificiale.  Le richieste di Musk sono alquanto pesanti. Vorrebbe indietro i soldi con cui ha finanziato i modelli di addestramento di OpenAI che coi suoi avvocati ha stimato in 44 milioni di dollari.   Le ragioni della causa Com’è noto, ChatGPT è un modello di IA chiuso, nessuno può guardare nel “cofano” della piattaforma per capire come sta funzionando il suo veloce apprendimento sia vocale, sia le cosiddette etichettature delle immagini che hanno portato al recente lancio di Sora, ritenuto un passo in avanti impressionate nella nascita di video di una certa qualità su prompt scritti da chiunque. Lo stesso Altman ha detto che l’esistente è ancora niente rispetto a quello di cui potremo disporre tra qualche anno. Secondo il Financial Times, la causa è stata intentata dopo un lungo periodo di riflessione, presso un tribunale di San Francisco. L’accusa? “OpenAI”, ha scritto il team di legali di Musk,  “è stata trasformata in una filiale de facto della più grande azienda tecnologica al mondo” e tutto questo non per aiutare l’umanità elevando il livello cognitivo e la conoscenza ma “per massimizzare i profitti della stessa Microsoft” Le mosse di Altman A Satya Nadella, che guida la Microsoft, saranno fischiate le orecchie. E gli spunti di discussione per la possibile causa sono tanti. Il finanziamento di 10 miliardi di dollari da parte di Microsoft generosamente messi sul piatto di OpenAI in primis. Poi c’è l’arrivo di Sam Altman negli uffici dell’azienda fondata dal Bill Gates e Paul Allen il giorno stesso in cui il cda dei OpenAI lo aveva defenestrato. Proprio nell’azienda guidata da Nadella Altman e suoi fedelissimi si installarono fino a quando Altman non tornò in pompa magna alla guida della sua creatura. La mossa di Musk va anche letta come una delle tappe che porterà questi grandi tycoon del digitale al controllo di un mercato ultramiliardario. Musk ha fondato xAI usando le infinite conversazioni della sua piattaforma Twitter trasformata poi in X e ha parlato in vari tweet di Grok il modello di IA che sarebbe dotato anche si una certa ironia per differenziarlo dagli altri e sarebbe indirizzato soprattutto al mercato business. La torta è veramente grossa. Solo in Italia, secondo un recente studio dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del PoliMi, la crescita nel 2023 segna +52% con un valore di 760 milioni di euro. Nel prossimo decennio la cifra è destinata a cresce in maniera esponenziale. Pwc ha stimato che al 2030 lo sviluppo di questi modelli aggiungerà all’economia globale 15.000 miliardi di dollari. Fonte internet

Scopri il diritto degli eredi di conoscere i beneficiari delle polizze vita stipulate dai loro cari, secondo la Corte di Cassazione.

Chi beneficia delle polizze vita dopo la morte dell’assicurato? Scopri il diritto degli eredi di conoscere i beneficiari delle polizze vita stipulate dai loro cari, secondo la Corte di Cassazione. La questione di chi abbia diritto a beneficiare delle polizze vita dopo la morte dell’assicurato è sempre stata di grande interesse. Recentemente, la Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti importanti in merito, stabilendo che gli eredi hanno il diritto di essere informati sull’identità dei beneficiari di tali polizze. Questa decisione, contenuta nell’ordinanza numero 3565 della sezione Prima Civile, depositata l’8 febbraio 2024, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per gli eredi e le compagnie assicuratrici. Non è la prima volta che la Corte ha sancito il dovere dell’assicurazione di informare i parenti del defunto che hanno accettato l’eredità. Del resto la polizza vita rappresenta una forma di donazione ed è quindi un anticipo sulla legittima di cui bisogna tenere conto. Se anche è vero infatti che chi rinuncia all’eredità non perde il risarcimento della polizza dell’assicurazione, è anche vero che, nel caso contrario di accettazione, detta polizza può alterare le quote spettanti agli eredi. Cerchiamo di fare chiarezza sui principi sanciti dalla Cassazione. Indice * Chi ha diritto a conoscere i beneficiari delle polizze vita? * Perché è importante per gli eredi conoscere i beneficiari? * Cosa dice la sentenza della Corte di Cassazione? Chi ha diritto a conoscere i beneficiari delle polizze vita? Gli eredi di una persona deceduta, il cosiddetto “de cuius” nel linguaggio giuridico, hanno il diritto legittimo di sapere chi sono i beneficiari delle polizze vita stipulate dall’assicurato. Questo diritto è stato riconosciuto dalla Corte di Cassazione, che ha sottolineato l’importanza della trasparenza e della comunicazione tra le compagnie di assicurazione e gli eredi del defunto. Perché è importante per gli eredi conoscere i beneficiari? La conoscenza dei beneficiari delle polizze vita da parte degli eredi è cruciale per diverse ragioni. Principalmente, permette agli eredi di comprendere le disposizioni prese dal defunto riguardo alla distribuzione del suo patrimonio e di assicurarsi che le sue ultime volontà siano rispettate. Inoltre, aiuta a prevenire possibili conflitti o malintesi tra i potenziali beneficiari. Come anticipato, l’ottenimento della polizza rientra nel calcolo della quota di legittima. Cosa dice la sentenza della Corte di Cassazione? La sentenza della Corte di Cassazione, numero 3565, sezione Prima Civile, chiarisce che le compagnie di assicurazione devono fornire agli eredi le informazioni sui beneficiari delle polizze vita. La Corte ha respinto il ricorso presentato da una compagnia di assicurazione, ribadendo che il contratto di assicurazione sulla vita ha una chiara funzione previdenziale e che, di conseguenza, gli eredi hanno il diritto di essere informati. La decisione della Corte si basa su due considerazioni principali. Innanzitutto, il contratto di assicurazione sulla vita è inteso a garantire una somma di denaro ai beneficiari designati dall’assicurato, con l’obiettivo di fornire sostegno finanziario in sua assenza. In secondo luogo, in materia di diritti sui dati personali delle persone decedute, questi possono essere esercitati da chi ha un interesse legittimo, a meno che il defunto non abbia esplicitamente vietato la divulgazione con una dichiarazione scritta. Tuttavia, tale divieto non può impedire agli eredi di esercitare i loro diritti patrimoniali derivanti dalla morte dell’interessato.

Chi paga il ripristino del sottobalcone? Il ripristino dell’intonaco sui sottobalconi ?

  Chi paga il ripristino del sottobalcone? Il ripristino dell’intonaco sui sottobalconi è una spesa condominiale o del singolo proprietario? Quali sono le regole e le eccezioni per la ripartizione delle spese di manutenzione? Se l’intonaco del sottobalcone si deteriora, bisogna capire chi è responsabile delle spese di riparazione. In altre parole, la manutenzione dell’intonaco staccato e delle parti cadute è una spesa che grava sull’intero condominio o sul singolo proprietario dell’appartamento? Cerchiamo di comprendere chi paga il ripristino del sottobalcone e, successivamente, a chi compete risarcire i danni eventualmente causati dalla caduta di calcinacci. Tutto ciò passa prima per l’individuazione della proprietà del bene in questione.     La soluzione al quesito è diversa a seconda che si tratti di balconi aggettanti (quelli cioè che sporgono dalla facciata e sono un mero prolungamento dell’appartamento) e di balconi invece incassati nella facciata dell’edificio. Ma procediamo con ordine. Indice * Chi paga il ripristino del sottobalcone aggentate? * Chi paga il ripristino del sottobalcone incassato? * In sintesi Chi paga il ripristino del sottobalcone aggentate? La Cassazione, con sentenza n.14576/2004, ha chiarito che il balcone che sporge dalla facciata (il cosiddetto balcone aggettante) è considerato una pertinenza dell’appartamento, come anche la parte sottostante chiamata “cielino”. Ciò significa che entrambi fanno parte dell’unità abitativa di cui sono il prolungamento e appartengono al relativo proprietario. È dunque quest’ultimo il soggetto responsabile sia della manutenzione che di eventuali danni procurati a terzi. Pertanto tutte le volte in cui c’è da rifare il balcone, la spesa compete al titolare dell’appartamento che su di esso si affaccia, non importa se si tratti della parte superiore o di quella sottostante, ossia il sottobalcone.     Questo però potrebbe portare alcune persone, in particolare quelle spesso restie a effettuare manutenzioni e ristrutturazioni, a disinteressarsi del bene. Ciò potrebbe essere causa di danni sia alle proprietà sottostanti che ai passanti. Pertanto, la giurisprudenza ritiene che, in assenza di intervento, l’amministratore condominiale avrà l’obbligo di agire per garantire la sicurezza di tutti, condomini e terzi (Cass. sent. n. 7040/2020). In che modo? Ricorrendo in via d’urgenza al giudice affinché condanni il proprietario a eseguire le opere immediatamente. Non potrebbe però effettuare il condominio e tantomeno l’amministratore, trattandosi di beni di proprietà privata. L’eventuale delibera sarebbe pertanto nulla e non solo non potrebbe essere mai attuata, ma è passibile di impugnazione senza limiti di tempo. Ciò non vale per gli elementi decorativi del balcone, come gli fregi, il parapetto in vetro, i dettagli estetici come le fioriere in muratura. Secondo la Cassazione gli stessi sono di proprietà comune ossia del condominio (Cass. sent. n. 21641/2017). Detti elementi non contribuiscono infatti alla funzionalità del balcone, ma servono unicamente a migliorare l’aspetto estetico dell’edificio e a valorizzarne il decoro architettonico. Pertanto, le spese per la riparazione degli stessi devono essere divise tra tutti i condomini in proporzione ai loro rispettivi millesimi di proprietà, come stabilito dall’art.1123 c.c. Lo stesso principio si applica ai “frontalini“, ovvero ai rivestimenti esterni della parte frontale che contribuiscono all’estetica dell’edificio. Anche se non sono essenziali alla struttura, contribuiscono al valore architettonico complessivo e quindi le spese per la loro manutenzione sono a carico di tutti i condomini, ripartite in base alla loro quota di proprietà (Cass. sent. n.21641/2017). In conclusione, si può quindi osservare che gli interventi sugli elementi decorativi del balcone sono spese comuni, mentre quelli per prevenire pericoli, come la caduta di detriti, ricadono sempre e soltanto sul singolo proprietario. Non già quindi sul condominio né sul condomino sottostante del balcone “ammalorato”. Chi paga il ripristino del sottobalcone incassato? Nel caso del balcone incassato, la ripartizione delle spese invece avviene nel seguente modo: il rifacimento della parte superiore (ossia il piano di calpestio) spetta al condomino dell’appartamento che usufruire del balcone. Invece le spese del sottobalcone gravano sul condomino del piano inferiore, quello cioè che trae copertura da esso. In sintesi Per il sottobalcone incassato le spese per la manutenzione del sono a carico del proprietario del piano inferiore. Le spese del sottobalcone aggettante sono invece a carico del proprietario del piano superiore. Sono invece a carico del condominio le spese per gli elementi decorativi.  

Stress lavorativo e responsabilità del datore. Investigazioni Aziendali Agenzia IDFOX Milano

Stress lavorativo e responsabilità del datore Straining e burnout: come ottenere il risarcimento del danno quando il datore di lavoro non tutela la salute dei dipendenti. Il burnout è una sindrome da stress cronico che può colpire i lavoratori in qualsiasi ambito professionale. Si manifesta con sintomi come esaurimento fisico e mentale, distacco emotivo dal lavoro e calo della produttività. In Italia, il burnout non è ancora riconosciuto come una vera e propria malattia professionale. Tuttavia, diverse sentenze hanno riconosciuto la sua rilevanza giuridica quale conseguenza di una situazione di stress lavorativo, ritenuta di per sé illegale e per la quale sussiste la responsabilità del datore. Si tratta, precisa la Cassazione, di una situazione distinta dal mobbing – caratterizzato invece da uno specifico e doloso intento vessatorio nei confronti del singolo dipendente – ma non per questo meno tutelata. Cerchiamo di fare il punto della situazione e di comprendere meglio i rimedi che ha il dipendente che, a causa di un eccessivo carico di lavoro riporti conseguenze sulla propria salute psicofisica.     Indice * Stress da lavoro correlato: cos’è e quando ricorre * Come viene tutelato dalla legge lo stress lavorativo? * La responsabilità del datore di lavoro in caso di stress lavorativo * Cosa deve fare il dipendente vittima di burnout e stress lavorativo? * Conclusione Stress da lavoro correlato: cos’è e quando ricorre Lo stress da lavoro correlato (SLC) è una condizione di malessere psico-fisico causata da un eccessivo carico di lavoro o da un ambiente di lavoro stressante e vessatorio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce lo SLC come “una risposta umana al lavoro caratterizzata da uno squilibrio tra le richieste percepite e la capacità del lavoratore di farvi fronte, con conseguenti effetti negativi sulla salute fisica e mentale, sul benessere e sull’efficienza lavorativa”. Spesso si parla anche di burnout.     Le cause dello SLC possono essere diverse: * carico di lavoro eccessivo: troppe ore di lavoro, scadenze ravvicinate, compiti complessi e mancanza di autonomia; * ambiente di lavoro stressante: clima aziendale negativo, rapporti conflittuali con i colleghi o con i superiori. Come viene tutelato dalla legge lo stress lavorativo? In particolare la Suprema Corte ha recentemente ribadito, con la sentenza n. 2084/2024 del 19 gennaio, che, in tema di tutela della salute dei dipendenti, la responsabilità del datore di lavoroprevista dall’articolo 2087 del codice civile, va ben oltre il mobbing, ma si estende a tutte le situazioni di stress da lavoro. Non importa dunque – ed è questo il cuore della sentenza – se il dipendente intenta una causa per mobbing: se anche non riesce a fornire la prova della malafede del datore di lavoro e dello scopo persecutorio ai suoi danni, qualora il giudice rilevi un ambiente lavorativo stressogeno – o, secondo la dizione che viene spesso usata in queste situazioni – di straining, allora l’azienda può essere condannata a risarcire i danni alla salute che il lavoratore abbia subito. La tutela dell’integrità psicofisica del lavoratore è un principio inderogabile e nessun fattore, comprese eventuali considerazioni di fattibilità economica o esigenze produttive, può giustificare una diminuzione delle misure di protezione e prevenzione. La responsabilità del datore di lavoro in caso di stress lavorativo La Cassazione ha chiarito che per individuare la responsabilità del datore non è necessario dimostrare l’esistenza di un comportamento unificante e vessatorio, tipico del mobbing. È sufficiente che vi siano comportamenti, anche se non intenzionali, che possano ledere la dignità morale del lavoratore, come un ambiente lavorativo eccessivamente stressante. Esempi concreti di tali comportamenti possono includere: * l’assegnazione di carichi di lavoro irragionevoli, * la mancanza di sostegno e di comunicazione efficace, * la persistenza di condizioni lavorative che inducono ansia e tensione. Alcune condotte, quindi, pur non essendo vessatorie, possono risultare esorbitanti o incongrue rispetto all’ordinaria gestione del rapporto, soprattutto se sono continue e ripetute nel tempo. Esse, conclude la Corte, violano l’articolo 2087 del Codice civile qualora contribuiscano alla creazione di un ambiente logorante e produttivo di ansia, e come tali generano un pregiudizio per la salute che deve essere risarcito. La sentenza in questione riafferma come la Cassazione non ammetta interpretazioni riduttive della responsabilità del datore in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Questo approccio rigoroso è coerente con l’obbligo di valutare e prevenire i rischi associati allo stress lavorativo correlato, un fenomeno ormai riconosciuto e al centro delle politiche di prevenzione dei danni alla salute. Cosa deve fare il dipendente vittima di burnout e stress lavorativo? Cosa può fare il dipendente che sia vittima di burnout e di una sindrome da stress lavorativo correlato? Dovrà ovviamente agire in giudizio attraverso un legale e, rivolgendosi al tribunale ordinario del lavoro, chiedere il risarcimento del danno biologico. Naturalmente, non basterà dimostrare lo straining, ma dovrà anche fornire la prova delle conseguenze sulla propria salute e che tali effetti hanno, come causa, proprio l’ambiente lavorativo e non altri fattori. A tal fine sarà opportuno un certificato medico e una perizia medico legale. Tuttavia, anche le dichiarazioni testimoniali di colleghi di ufficio potrebbero avere un fattore decisivo sull’ottenimento di una sentenza favorevole. Conclusione In conclusione, questo caso sottolinea l’essenzialità di un ambiente lavorativo sano e la necessità per i datori di lavoro di adottare tutte le misure necessarie per prevenire situazioni lavorative che possano causare stress eccessivo ai dipendenti. La responsabilità legale in questo ambito è ampia e comprende la prevenzione di tutte le forme di danno alla salute psicofisica dei lavoratori, sottolineando l’importanza di un approccio proattivo alla gestione del benessere in ufficio.  

Se una persona ha debiti con l’Agenzia delle Entrate, cosa rischiano i figli, il coniuge e gli altri familiari conviventi? IDFOX Investigazioni Milano

Il fisco può rivalersi sui familiari? Se una persona ha debiti con l’Agenzia delle Entrate, cosa rischiano i figli, il coniuge e gli altri familiari conviventi? Spesso ci si chiede se, dinanzi a un contribuente che non ha pagato le tasse, il fisco può rivalersi sui familiari. La risposta segue un po’ le stesse regole previste per tutti gli altri debiti, con alcune particolarità però previste per determinate imposte. Di tanto parleremo meglio qui di seguito. Cercheremo di rispondere alle domande più frequenti come, ad esempio, cosa rischia un familiare convivente di chi ha debiti con l’Agenzia delle Entrate? E cosa succede alla sua morte? C’è un modo per tutelarsi in anticipo? Procediamo con ordine.     Indice * Cosa rischiano i familiari di una persona che ha debiti con il fisco? * Quali sono le responsabilità dei parenti alla morte di una persona? * Ci si può tutelare in anticipo dai debiti di un parente con il fisco? * Bisogna pagare tutti i debiti col fisco del parente defunto? * A chi devono essere notificate le richieste di pagamento? Cosa rischiano i familiari di una persona che ha debiti con il fisco? I parenti o i conviventi di una persona ancora in vita non rispondono dei debiti che quest’ultima ha con il fisco, neanche se si tratta di conviventi. Non possono quindi subire un pignoramento o altre azioni esecutive da parte dell’Agenzia delle Entrate o dell’Esattore. Le cose cambiano però quando il debitore decede: alla sua morte infatti i debiti si trasferiscono solo su coloro che ne accettano l’eredità. Ma con dei limiti che vedremo qui di seguito. Quali sono le responsabilità dei parenti alla morte di una persona? Abbiamo appena detto che la responsabilità per le obbligazioni si trasferisce sugli eredi alla morte del contribuente. Tuttavia questo effetto non è automatico. Affinché infatti il fisco possa agire contro i parenti del contribuente è necessario che questi ne accettino l’eredità. Se non avviene l’accettazione di eredità, i familiari non hanno alcuna conseguenza di tipo economico. Attenzione però perché l’accettazione non è solo quella che si fa dal notaio con una dichiarazione espressa. Esiste anche l’accettazione tacita dell’eredità che avviene, ad esempio, quando si usano i beni del defunto o li si vende, o quando si fa un prelievo dal conto di quest’ultimo e così via. In questi casi si diventa ugualmente eredi e si è tenuti a pagare le imposte non versate dal defunto. Ci si può tutelare in anticipo dai debiti di un parente con il fisco? Finché il contribuente è in vita non c’è modo di tutelarsi in anticipo dai debiti di quest’ultimo. Bisogna attendere il suo decesso e, solo in quel momento, optare per: * la rinuncia all’eredità: in tal caso il debito non si trasferisce sul parente; * la rinuncia con beneficio di inventario: nel qual caso l’erede risponde sì dei debiti del defunto ma non con il proprio patrimonio personale, bensì unicamente con i beni che ha ricevuto in eredità e nei limiti quindi del valore degli stessi. Bisogna pagare tutti i debiti col fisco del parente defunto? Oltre a quanto appena visto ci sono due importanti limitazioni alla responsabilità degli eredi. Innanzitutto chi accetta l’eredità (con o senza beneficio di inventario), e quindi subentra nei debiti del defunto, non deve pagare le sanzioni collegate alle imposte da quest’ultimo non versate. Potrà quindi chiedere un parziale sgravio della cartella o di qualsiasi altro atto fiscale. In secondo luogo, ciascun erede risponde solo della parte dei debiti fiscali del defunto corrispondente alla propria quota di eredità. Ad esempio, se una persona, erede al 50%, eredita un debito per Imu non pagata di mille euro, il suo obbligo verso il Comune è di solo 500 euro. Non subirà quindi conseguenze se gli altri eredi non versano la loro quota. Questa regola – nota come “responsabilità parziaria” – non vale per i debiti relativi a imposte sui redditi (IRPEF, IRES e IRAP) e per l’imposta di successione: in questi casi vale la regola della responsabilità solidale, sicché il fisco potrà chiedere l’integrale pagamento anche a un solo erede. A chi devono essere notificate le richieste di pagamento? C’è un ulteriore limite che può favorire gli eredi. Il fisco che voglia ottenere il pagamento deve notificare loro la propria pretesa. A tal fine deve inviare l’atto: * nel primo anno dal decesso: nell’ultimo luogo di residenza del defunto, indirizzando la raccomandata a tutti gli eredi impersonalmente; * dopo il primo anno dal decesso: nel luogo di residenza dello specifico erede, indirizzandolo a quest’ultimo.  

Regole per la divisione dell’eredità senza che sia stato scritto un testamento olografo o pubblico: i diritti dei figli e del coniuge. IDFOX Investigazioni Milano

cosa succede se muoio senza testamento? Regole per la divisione dell’eredità senza che sia stato scritto un testamento olografo o pubblico: i diritti dei figli e del coniuge. Redigere un testamento è un’attività che molti preferiscono evitare, non tanto per la riluttanza a riflettere sulla propria mortalità, quanto per la preoccupazione che la distribuzione delle proprie proprietà possa generare malcontento tra i familiari. Ecco perché sono in molti a preferire una divisione tramite donazioni. La tassazione è identica rispetto alla successione ma quantomeno si evita la “comunione ereditaria” e le conseguenti tensioni tra i parenti. È normale tuttavia chiedersi: cosa succede se muoio senza fare testamento? In tali ipotesi il patrimonio viene diviso secondo le regole contenute nel codice civile. Ed è anche per tale ragione che, spesso, non si fa testamento: perché le previsioni legali corrispondono alla volontà del testatore stesso.     Si pensi a una persona sposata e con un solo figlio che voglia lasciare metà dei propri beni a quest’ultimo e l’altra metà al coniuge: non ha bisogno di fare testamento visto che, anche senza di esso, per legge la divisione avverrà proprio in tal modo. Ma procediamo con ordine e vediamo dunque quali sono le norme da applicare in assenza di testamento. Indice * Cosa succede se non si fa testamento? * I diritti del coniuge * I diritti del convivente * Che succede se un erede rinuncia all’eredità o è già morto? Cosa succede se non si fa testamento? Se non si fa testamento, la divisione dell’eredità avviene secondo le regole stabilite dal codice civile. Il codice assegna le quote prediligendo innanzitutto i parenti più stretti del defunto ossia il coniuge e i figli. Solo in assenza di questi interverranno gli altri parenti come i genitori, i fratelli e le sorelle, per poi passare ai parenti più lontani di grado e, comunque, non oltre il sesto. In assenza di tali soggetti, l’eredità finisce allo Stato. In particolare, le regole sono le seguenti. Se chi muore lascia:     * solo il coniuge, senza altri eredi (figli, genitori, fratelli o sorelle): il coniuge è erede universale e a lui andrà tutta l’eredità; * solo il figlio, senza coniuge: il figlio è erede universale, anche se ci sono fratelli, sorelle e/o genitori del defunto; * il coniuge e un figlio: metà dell’eredità va al coniuge e l’altra metà al figlio; * il coniuge e due o più figli: il coniuge riceve un terzo del patrimonio mentre gli altri due terzi si dividono in parti uguali tra i figli; * il coniuge e i genitori, in assenza di fratelli o sorelle: il coniuge riceve due terzi dell’eredità mentre un terzo va ai genitori; * il coniuge e uno o più fratelli o sorelle, in assenza di genitori: il coniuge riceve due terzi dell’eredità, mentre un terzo viene diviso in parti uguali tra fratelli e sorelle; * il coniuge e uno o più fratelli nonché i genitori: il coniuge riceve due terzi dell’eredità mentre un terzo viene diviso in parti uguali tra genitori, fratelli e sorelle; * solo fratelli o sorelle senza genitori: tutta l’eredità viene divisa in parti uguali tra i fratelli; * solo genitori, senza fratelli o sorelle: tutta l’eredità viene divisa in parti uguali tra i due genitori; * genitori e fratelli e/o sorelle: metà dell’eredità va ai genitori in parte uguale e l’altra metà ai fratelli e sorelle; * in assenza di tali soggetti, l’eredità va divisa ai parenti entro il sesto grado partendo da quelli di grado più prossimo; * in assenza di tali soggetti, l’eredità va allo Stato. I diritti del coniuge Il coniuge ha anche il diritto di abitazione nella casa coniugale (quella cioè ove la coppia viveva fino alla morte) e di usare il relativo arredo fino alla propria morte. I diritti ereditari sono riconosciuti anche se la coppia era separata, a meno che il coniuge superstite abbia subito “l’addebito” ossia l’imputazione di responsabilità per la fine del matrimonio. Invece con il divorzio i diritti ereditari cessano definitivamente. I diritti del convivente Il convivente non è erede se non viene citato nel testamento. Tuttavia ha il diritto di abitazione per un periodo pari alla durata della convivenza che comunque non può mai essere inferiore a 2 anni e superiore a 5. Che succede se un erede rinuncia all’eredità o è già morto? Se l’erede del defunto è un figlio o un fratello e questi rinuncia all’eredità o è già morto prima dell’apertura della successione, la sua quota va ai figli che saranno liberi di accettare o meno. Viceversa, se si tratta di un altro erede (ad esempio il coniuge, il genitore, ecc.), la sua quota viene ripartita in parti uguali tra tutti gli eredi.  

Quanto tempo ha un erede per impugnare una vendita fittizia. IDFOX investigazioni Milano

Quanto tempo ha un erede per impugnare una vendita fittizia Come contestare una simulazione: termini, modalità, prove. Come noto la donazione presta il fianco a numerosi problemi, primo tra tutti la possibilità, per gli eredi del donante, di contestarla entro 10 anni dall’apertura della successione (ossia dal decesso) quando lede le quote di legittima. Ecco perché spesso si procede a simulare una vendita: l’atto notarile riporta che l’acquirente (il simulato donatario) riceve il bene a fronte del pagamento del prezzo. Prezzo però che non viene mai versato. Ebbene, nel caso in cui ci si accorga della simulazione, quanto tempo ha un erede per impugnare una vendita fittizia? Sul punto è bene fare dei chiarimenti pratici che aiuteranno a comprendere l’argomento anche ai meno tecnici. Vedremo innanzitutto quando una vendita è fittizia, come dimostrare una vendita falsa e infine quali sono i termini per agire. Ma procediamo con ordine.     Indice * Quando una vendita è fittizia? * Perché una vendita è fittizia? * Come dimostrare una falsa vendita? * Quanto tempo per contestare una finta vendita? * Come si difende l’acquirente? Quando una vendita è fittizia? Una vendita è fittizia – tecnicamente si dice “simulata” – quando, nonostante l’intestazione dell’atto notarile (formalmente chiamato “compravendita”) nasconde invece una donazione. Ciò può avvenire sia perché il prezzo dichiarato non viene versato, sia perché il prezzo dichiarato è irrisorio (ad esempio 100 euro per un immobile). In verità quest’ultima ipotesi pone problemi ben più gravi di una contestazione da parte degli eredi: la stessa Agenzia delle Entrate potrebbe intervenire e, ritenendo l’atto simulato al solo fine di ridurre significativamente le imposte da versare all’Erario, notificare un accertamento fiscale.     Potrebbe anche aversi un caso intermedio, quello della cosiddetta “vendita mista a donazione” che si ha quando il prezzo, effettivamente versato, è di gran lunga inferiore a quello di mercato, ma non irrisorio. Si pensi a chi compri per 50mila euro un immobile che ne vale 180mila. Ance in questo caso si aggiunge sempre il problema della sanzione tributaria. Perché una vendita è fittizia? Come abbiamo anticipato in apertura, si simulano le donazioni sottoforma di vendite più che altro per evitare la contestazione da parte dei cosiddetti “eredi legittimari”. Gli eredi legittimari sono il coniuge del defunto, i suoi figli o, in mancanza di questi ultimi, i genitori. Ad essi la legge riserva sempre una quota minima del patrimonio del defunto, chiamata legittima. Se un erede legittimario, con la divisione del patrimonio del defunto, riceve meno di quanto gli spetterebbe per legge (ossia una quota inferiore alla legittima) può innanzitutto contestare la divisione fatta con il testamento (se sussistente). Ma se ciò non bastasse può sempre contestare le donazioni fatte dal donante quando ancora era in vita e annullarle, in modo da riottenere ciò che gli è stato negato. A tal fine inizierà a contestare prima le donazioni più recenti per poi risalire, via via, a quelle anteriori. Dunque la donazione può essere contestata, con quella che si chiama azione di riduzione per lesione della legittima, al ricorrere dei seguenti presupposti: * solo dagli eredi legittimari; * solo se gli eredi legittimari hanno ricevuto meno della quota di legittima; * solo entro massimo 10 anni dal decesso. In ogni caso, per verificare se il legittimario ha davvero subito una lesione della quota di legittima, bisogna anche considerare quanto da questi già ricevuto, in passato, dal defunto a titolo di donazioni. Le donazioni infatti sono sempre un anticipo della quota ereditaria. Proprio per evitare che, ad esempio, un figlio cui il padre vuol regalare una casa possa subire, alla morte del padre medesimo, la contestazione da parte dei fratelli o del coniuge del padre (magari la seconda moglie), spesso il donante fa finta di vendere la casa al donatario, simulando quindi una compravendita. Come dimostrare una falsa vendita? Quello che stiamo per dire è molto importante, anche se può apparire tecnico, ma ci servirà poi per comprendere quanto tempo ha un erede per impugnare una vendita fittizia. Esistono due tipo di simulazione: * la simulazione assoluta: è quella quando viene sottoscritto un contratto di cui entrambe le parti non vogliono gli effetti. Si pensi a una persona che finge di vendere una casa solo per sottrarla ai creditori. Il venditore in realtà vuol solo non risultare intestatario del bene, pur rimanendone nel pieno possesso e atteggiandosi come esclusivo titolare del bene. Nella simulazione assoluta quindi si realizza un atto che non si vuole attuare; * la simulazione relativa: è quella quando viene sottoscritto un contratto di cui non si vogliono gli effetti, ma le parti hanno l’intento di realizzare un contratto di natura diversa. È il caso che ci interessa in questo articolo: le parti non vogliono una vendita ma una donazione. Quindi c’è sempre una cessione del bene, ma a titolo diverso (non a titolo oneroso, ma gratuito). Per dimostrare che la vendita è simulata, i controinteressati – che non devono necessariamente attendere la morte del finto venditore – hanno qualsiasi mezzo di prova. Possono farlo anche tramite semplici indizi, ad esempio – nel caso di simulazione assoluta – dimostrando che il finto venditore in realtà non ha mai lasciato l’immobile che pertanto è ancora il luogo di sua residenza. Oppure – nel caso di simulazione relativa – che il finto acquirente non aveva un reddito tale per permettersi l’acquisto dell’immobile oppure che, sul conto corrente del finto donante, non è mai arrivato alcun bonifico per il pagamento del prezzo (ciò potrà avvenire, ad esempio, quando gli eredi del donante si procurino gli estratti conto di quest’ultimo). Quanto tempo per contestare una finta vendita? I termini per contestare la simulazione variano a seconda che si tratti di simulazione assoluta o relativa (per la distinzione vedi sopra): * in caso di simulazione assoluta: non ci sono termini per la contestazione che pertanto può essere sollevata in qualsiasi momento, anche a distanza di numerosi anni; * in caso di simulazione relativa: ci sono 10 anni dalla trascrizione della simulazione. Tuttavia, ricordiamo che gli