È legittimo il licenziamento per abuso del permesso 104? Agenzia IDFOX Investigazioni Milano
È legittimo il licenziamento per abuso del permesso 104? Richiedi una consulenza ai nostri professionisti Cosa fare durante i giorni di permesso per l’assistenza al familiare disabile e quando il datore può licenziare per giusta causa. Tra le vertenze legali più frequenti tra datore di lavoro e dipendente vi è quella sull’abuso dei permessi previsti dalla Legge 104 del 1992 in favore di coloro che assistono familiari disabili. Ci si è spesso chiesti qual è il confine tra il comportamento lecito e quello invece che giustifica il licenziamento per giusta causa. È possibile, ad esempio, assentarsi dalla casa dell’assistito per fare la spesa, prendere un aperitivo con gli amici o andare in palestra? È possibile rimanere nella propria abitazione, senza quindi muoversi di lì, al solo scopo di riposare? E che succede se qualcuno dovesse cogliere il dipendente mentre svolge attività personali? Una recente pronuncia della Cassazione (ordinanza n. 6468/2024 del 12 marzo 2024) ha fornito importanti chiarimenti, stabilendo i confini entro cui l’abuso dei permessi 104 legittima il licenziamento. Ma procediamo con ordine. Indice * La vicenda * Cosa fare durante i permessi della legge 104 * Quando si configura l’abuso dei permessi legge 104? * Cosa si rischia in caso di abuso dei permessi 104? La vicenda Il caso preso in esame dalla Corte riguarda una lavoratrice che aveva fatto uso dei permessi 104 per dedicarsi ad attività diverse dall’assistenza ai propri genitori disabili, motivo per il quale invece il permesso era stato concesso. La Corte ha ribadito che, sebbene non sia necessaria una stretta corrispondenza tra le ore di permesso e l’assistenza in favore del familiare, un impiego significativo di queste ore in attività non correlate all’assistenza stessa configura un abuso del diritto. Questa condotta viola non solo la finalità per cui il beneficio è stato introdotto, ma anche i principi di correttezza e buona fede nei confronti del datore di lavoro e dell’Inps. Vedremo quindi a breve quali sono le conseguenze. Cosa fare durante i permessi della legge 104 La Legge 104/92 consente ai lavoratori di usufruire dei permessi per un’esigenza legittima e riconosciuta come meritevole di tutela: svolgere attività in favore del familiare portatore di handicap. Quindi ci deve essere sempre una correlazione diretta tra l’assenza dal lavoro e l’assistenza al disabile. In altri termini, l’assenza dal lavoro deve essere giustificata da attività di cura e sostegno concrete. L’uso dei permessi per altre finalità, sebbene non espressamente vietato se entro limiti di tempo ragionevoli, richiede una valutazione attenta delle circostanze e delle motivazioni. Da quanto appena detto si evince che il dipendente in permesso deve recarsi fisicamente presso il familiare disabile e non semplicemente restare a sua disposizione da casa propria o da qualsiasi altro luogo. L’utilizzo dei permessi per scopi diversi da quello appena indicato rappresenta una violazione della funzione assistenziale del permesso stesso e quindi un abuso. Ciò non toglie – ha più volte detto la Cassazione – che il permesso è compatibile con lo svolgimento di attività rivolte a soddisfare esigenze personali, come ad esempio fare la spesa, prendere i figli da scuola, accompagnarli alle attività formative o anche incontrare un amico/a per qualche minuto. Del resto – hanno sottolineato i giudici – chi si prende sempre cura di un parente disabile ha meno tempo per sé stesso rispetto ai propri colleghi ed è giusto quindi che recuperi in qualche modo la sua sfera individuale. Ciò non toglie però che sarebbe legittimo l’impiego di gran parte del giorno per scopi diversi dall’assistenza: assistenza quindi che deve essere preponderante rispetto alle altre attività. Quando si configura l’abuso dei permessi legge 104? L’abuso dei permessi legge 104 si verifica, pertanto, quando il lavoratore utilizza i permessi per scopi diversi dall’assistenza del familiare disabile. In particolare, si considerano abusi i seguenti casi: * utilizzo dei permessi per attività personali o lavorative; * assenza, per gran parte della giornata, dall’abitazione del familiare disabile. Cosa si rischia in caso di abuso dei permessi 104? Le conseguenze dell’abuso dei permessi Legge 104 possono essere di natura: * disciplinare: il datore di lavoro può contestare l’abuso al lavoratore, avviando un procedimento disciplinare che può culminare con il licenziamento, anche per giusta causa (quindi senza preavviso). La valutazione dell’abuso sarà condotta dal giudice caso per caso, tenendo conto della gravità della condotta, delle motivazioni che hanno portato il dipendente a violare la legge e della reiterazione nel tempo del comportamento; * amministrativa: l’INPS può richiedere la restituzione dei contributi versati per i permessi utilizzati in modo improprio; * penale: secondo la Cassazione, l’abuso dei permessi legge 104 può configurare il reato di truffa ai danni dello Stato.
Ha diritto al mantenimento l’ex moglie che sceglie il part-time?
Ha diritto al mantenimento l’ex moglie che sceglie il part-time? Addio mantenimento all’ex moglie che sceglie di continuare a lavorare part-time pur essendo laureata. Non basta avere difficoltà economiche per ottenere il mantenimento dopo la separazione o il divorzio: bisogna anche dimostrare che tale situazione è involontaria ossia che non dipende dalla propria volontà e, quindi, di aver fatto di tutto per rendersi autonomi. Pertanto, chi può lavorare e non lo fa perde il diritto agli alimenti. È questo l’orientamento ormai sposato dalla giurisprudenza. In proposito ci si è chiesto se ha diritto al mantenimento l’ex moglie che sceglie il part-time e, pur potendo, non chiede di estendere il contratto a full-time. Sul punto si è già pronunciata la Cassazione con ordinanza n. 5242/2024, rigettando il ricorso di una donna laureata che insisteva per ottenere l’assegno dall’ex marito dopo la separazione nonostante la stessa avesse deciso di lavorare a tempo parziale. La pronuncia della Suprema Corte pone l’accento su come le scelte professionali dell’ex coniuge possano influenzare il diritto ai cosiddetti “alimenti”. Nel caso di specie la donna, data l’età dei figli ormai maggiorenni, aveva l’opportunità di aumentare il proprio reddito attraverso un lavoro a tempo pieno e di sfruttare eventuali possibilità di avanzamento professionale. Ciò nonostante, aveva voluto mantenere un impiego part-time dopo la separazione. Proprio questa scelta le era costata la perdita dell’assegno divorzile, confermata in tutti e tre i gradi di giudizio. La decisione è stata presa considerando che la donna era già assegnataria della casa coniugale, e quindi in una posizione relativamente stabile dal punto di vista abitativo. Nonostante l’appellante abbia sottolineato l’omesso esame delle risorse patrimoniali acquisite dall’ex marito a seguito dell’eredità ricevuta e il contributo fornito dalla stessa alla famiglia durante il matrimonio, la Corte di Cassazione ha ritenuto inammissibile il motivo relativo all’assegno per l’ex moglie. Questa decisione evidenzia la netta differenza tra l’assegno di mantenimento e quello di divorzio. Il primo – posta la permanenza del vincolo coniugale – impone di garantire all’ex coniuge lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio. Il secondo invece, che ha una natura assistenziale (destinato cioè solo a chi non è autosufficiente) e compensativa (rivolto cioè a compensare il coniuge senza reddito del contributo fornito alla famiglia), serve ad assicurare soltanto l’indipendenza economica. L’assegno di divorzio, inoltre, spetta solo a patto che la situazione di difficoltà non dipenda da scelte volontarie ma da situazioni oggettive come ad esempio l’età avanzata, lo stato di salute, l’aver perso ogni legame col mondo del lavoro per aver sacrificato la propria carriera in favore del ménage domestico. La sentenza ribadisce pertanto che il richiedente un assegno di mantenimento deve dimostrare che la sua situazione non è ascrivibile a propria colpa e che si è adoperato adeguatamente per migliorare la propria condizione lavorativa in linea con le proprie capacità. Nel caso specifico i giudici hanno ritenuto che la donna non avesse agito in tal senso, mantenendo un impiego part-time nonostante le qualifiche acquisite e la situazione familiare che non le imponeva più di limitare il proprio impegno lavorativo. Questo caso sottolinea l’importanza della responsabilità individuale nell’ambito delle decisioni post-separazione e il modo in cui tali scelte possono influenzare i diritti agli assegni di mantenimento. È fondamentale, per chi si trova in situazioni simili, comprendere le implicazioni legali delle proprie decisioni lavorative e come queste possano essere valutate in sede giudiziaria in caso di controversie relative al mantenimento post-divorzio.
Pensione di reversibilità al coniuge superstite
Pensione di reversibilità al coniuge superstite Le regole sul diritto alla pensione di reversibilità in caso di morte del marito, della moglie, del padre o della madre: la guida. La pensione di reversibilità costituisce un importante strumento di tutela previdenziale, destinato ai familiari di un pensionato o di un lavoratore deceduto. I destinatari di tale misura sono il coniuge superstite e i figli, inclusi adottivi e minori affidati. Lo scopo è garantire loro un sostegno economico automatico alla morte del proprio parente e, quindi, al venir meno del contributo economico che quest’ultimo apportava. In questo articolo vedremo come funziona la pensione di reversibilità al coniuge superstite, quali sono i requisiti e le condizioni. Vedremo poi se la pensione di reversibilità spetta all’ex coniuge separato o divorziato. Ci soffermeremo infine sui diritti dei figli per comprendere quali sono i presupposti richiesti dalla legge per trasmettere loro tale contributo dell’Inps. Ma procediamo con ordine. Indice * A chi spetta la pensione di reversibilità? * Il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità? * Il coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità? * Quando i figli hanno diritto alla pensione di reversibilità? A chi spetta la pensione di reversibilità? Il coniuge superstite del pensionato o del lavoratore assicurato deceduto ha il diritto alla pensione di reversibilità in via automatica: la legge non richiede alcuna condizione, requisito o presupposto per ottenere tale assegno. Tale diritto spetta anche ai componenti superstiti delle unioni civili. Nulla spetta invece al convivente di fatto superstite, anche se la convivenza è stata “registrata” al Comune. Questo è l’orientamento attuale della Cassazione (Cass. 3 novembre 2016 n. 22318). Il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità? Il coniuge separato, indipendentemente dalla presenza di addebito o colpa per la fine del matrimonio, mantiene il diritto alla pensione di reversibilità. Questo principio si applica a prescindere dall’eventuale accordo di separazione che preveda l’obbligo di versamento dell’assegno di mantenimento. L’INPS, con un orientamento giurisprudenziale aggiornato, ha superato la precedente interpretazione che limitava il diritto alla pensione di reversibilità ai soli coniugi separati titolari di assegno alimentare. Di conseguenza, anche il coniuge separato senza diritto agli alimenti è ora equiparato, ai fini previdenziali, al coniuge superstite avente diritto alla pensione di reversibilità. Il coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità? Oltre ai casi precedentemente analizzati, anche il coniuge divorziato può avere diritto alla pensione di reversibilità, a patto che siano soddisfatte tutte le condizioni seguenti: il coniuge defunto deve aver accumulato i necessari requisiti di assicurazione e contribuzione previsti dalla legge; * il rapporto assicurativo del defunto deve essere iniziato prima della data della sentenza di divorzio; * il coniuge divorziato deve essere titolare di un assegno divorzile stabilito per sentenza giudiziaria; * il coniuge divorziato non deve aver contratto un nuovo matrimonio. Qualora il coniuge divorziato si sia risposato, viene meno il diritto alla pensione, a meno che il nuovo matrimonio non si sia concluso per morte del coniuge o per un ulteriore divorzio prima del decesso del primo coniuge assicurato o pensionato. La giurisprudenza ha affrontato il dibattito relativo al diritto alla pensione di reversibilità per il coniuge divorziato, anche in presenza di un assegno divorzile erogato in un’unica soluzione (una tantum), stabilendo che in tale circostanza l’ex coniuge non ha diritto alla pensione (Cassazione Sezioni Unite 24 settembre 2018 n. 22434, Cassazione 5 maggio 2016 n. 9054). Tuttavia, decisioni precedenti avevano interpretato diversamente la situazione, considerando la natura previdenziale del diritto alla pensione di reversibilità indipendentemente dalla modalità di pagamento dell’assegno di divorzio. In caso di nuovo matrimonio del coniuge defunto, la pensione di reversibilità può essere concessa sia al coniuge divorziato che al coniuge superstite, purché entrambi ne soddisfino i requisiti. Qualora vi siano più coniugi divorziati aventi diritto, la pensione verrà equamente divisa tra tutti. La ripartizione delle quote della pensione viene determinata dal Tribunale, che considera principalmente la durata dei matrimoni. Tuttavia, il giudice deve tenere conto anche di altri fattori, come la durata e la stabilità della convivenza anteriore al matrimonio con il defunto. Nel caso in cui si verifichi la scomparsa o un nuovo matrimonio del coniuge superstite, il coniuge divorziato che beneficiava di una parte della pensione di reversibilità acquisisce il diritto a ricevere l’intera somma. Analogamente, il coniuge superstite diventa l’unico beneficiario dell’intero trattamento pensionistico qualora il coniuge divorziato perda il diritto alla prestazione. Per garantire un’equa distribuzione delle quote pensionistiche, sono previsti alcuni correttivi che tengono conto di diversi fattori: * l’importo dell’assegno percepito dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex partner è un elemento chiave nella determinazione delle quote. Questo parametro è fondamentale per assicurare che la suddivisione rifletta in modo appropriato la situazione economica precedente al decesso; * le condizioni personali e finanziarie dei soggetti coinvolti sono attentamente valutate per prevenire eventuali disparità eccessive. L’obiettivo è evitare che il coniuge divorziato sia privato dei mezzi necessari per sostenere un tenore di vita adeguato, che l’assegno divorzile avrebbe dovuto garantirgli nel tempo. Questi criteri equitativi sono essenziali per assicurare che la distribuzione della pensione di reversibilità sia gestita in modo giusto e considerato, rispettando le esigenze e le situazioni di tutti i soggetti coinvolti. Quando i figli hanno diritto alla pensione di reversibilità? Alla pensione di reversibilità hanno diritto i figli se in possesso dei se: * i figli minorenni. Sono inclusi i figli nati dopo la morte del genitore a patto che non siano decorsi più di 300 giorni dal decesso stesso; * i figli maggiorenni solo se studenti e sempre che non abbiano più di 21 anni se frequentanti la scuola media o professionale oppure più di 26 anni se frequentanti l’università ed entro i tempi regolari del corso. È necessario che i figli studenti risultino a carico del genitore al momento del decesso. In caso di svolgimento di attività lavorativa, la pensione spetta solo se il reddito annuo da essa derivante è inferiore al trattamento minimo annuo di pensione previsto dall’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO) maggiorato del 30% (€ 8.878,92
Si possono pignorare i beni che il debitore ha trasferito all’ex coniuge?
Si possono pignorare i beni che il debitore ha trasferito all’ex coniuge? Che succede a chi si separa per evitare il pignoramento? Si fanno carte false per non pagare i debiti. False in tutti i sensi. Come ad esempio un finto divorzio con il proprio coniuge. Avviene così che moglie e marito presentino un accordo di separazione al giudice con cui il coniuge con i debiti trasferisce la casa all’altro coniuge o al figlio, a titolo di contributo per il mantenimento. In tal modo i creditori non dovrebbero riuscire a trovare nulla su cui soddisfarsi. Ma è un metodo valido ed efficace? Quali rischi comporta? Si possono pignorare i beni che il debitore ha trasferito all’ex coniuge? Sul punto si è più volte espressa la giurisprudenza (si veda ad esempio la sentenza del Tribunale di Napoli n. 2075/2024). La legge, almeno in via teorica, tutela il creditore; questi infatti può agire in giudizio e rendere inefficace l’atto di trasferimento del bene, ma solo a determinate condizioni. Vediamo quali sono. Indice * Cosa può fare il creditore se il debitore si separa? * Quanto tempo prima separarsi per evitare il pignoramento? * Si può fare una separazione dei beni? * Cosa si rischia se la separazione viene contestata? Cosa può fare il creditore se il debitore si separa? Se la separazione avviene dopo che il debito è stato contratto, il creditore può agire dinanzi al Tribunale per dimostrare che l’accordo tra marito e moglie ha solo lo scopo di danneggiarlo. Come? Dimostrando che il patrimonio del debitore si è sostanzialmente svuotato e non consente il recupero del credito. Tale azione – che va sotto il nome di azione revocatoria – deve essere esperita entro il termine massimo di 5 anni dalla trascrizione della sentenza di separazione. Il creditore potrebbe anche agire senza limiti di tempo, dimostrando che la separazione è simulata, ossia che i coniugi continuano a vivere insieme. L’azione, in questo caso, è denominata azione di simulazione. Tuttavia in tale ipotesi serve una prova più robusta: ossia che, nonostante la formale separazione, nella coppia non è cambiato nulla e che i coniugi continuano a vivere d’amore e d’accordo sotto lo stesso tetto (di solito il creditore si vale di un investigatore privato). Quanto tempo prima separarsi per evitare il pignoramento? In verità, per evitare il pignoramento è necessario che la separazione avvenga prima della nascita dell’obbligazione (ad esempio prima della conclusione del contratto da cui è poi derivato il debito), indipendentemente da quando insorge la morosità. Peraltro non ha neanche senso presentare un’eventuale opposizione al decreto ingiuntivo notificato dal creditore per “allungare i tempi” e sperare che i cinque anni della revocatoria decorrano indisturbati. Difatti la legge consente al creditore di attivare la revocatoria quando c’è il potenziale rischio di un depauperamento dei beni del debitore, anche se il credito è controverso (ossia se è oggetto di accertamento del giudice). Si può fare una separazione dei beni? La scelta migliore per chi teme debiti è quindi intestare tutti i propri beni al coniuge con cui è sposato in regime di separazione dei beni. Difatti, dinanzi a un regime patrimoniale familiare di questo tipo, il coniuge non debitore non rischia alcun pignoramento e i beni sono al sicuro. Non ha invece alcun senso fare la separazione dei beni quando il debito (o peggio la morosità) è già insorto, in quanto anche in tali ipotesi è possibile l’azione revocatoria. Cosa si rischia se la separazione viene contestata? In ogni caso, quand’anche il creditore eserciti l’azione revocatoria contro la separazione dei coniugi, la conseguenza sarà la pignorabilità dei beni intestati all’altro coniuge o ai figli. L’unico danno per il debitore è l’aver sopportato inutilmente le spese per la procedura. Peraltro, si tenga conto che l’intestazione della casa all’ex coniuge o ai figli nel giudizio di separazione o divorzio è completamente esentasse e chiaramente non necessita dell’atto notarile. Insomma, si tratta di un’operazione gratuita, fatti salvi solo i costi del giudizio e la parcella dell’avvocato. A ciò si aggiungerà, poi, l’eventuale causa di revocatoria che il creditore potrebbe esperire e la conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.
Quando il ricatto sessuale è reato?
Quando il ricatto sessuale è reato? Stalking, minaccia, revenge porn e violenza sessuale: quali sono le differenze tra questi reati in caso di ricatto? Non esiste il reato di ricatto sessuale. Ma la condotta di chi minaccia una persona di diffondere materiale riservato per ottenere da questa “favori” sessuali può integrare diversi illeciti penali quali, ad esempio, lo stalking, la violenza sessuale, la minaccia o il revenge porn. Una recente sentenza del Tribunale di Potenza, n. 468 del 24 maggio 2023, fornisce un’illuminante disamina dei criteri per stabilire quando il ricatto sessuale è reato. Per noi è l’occasione per analizzare meglio questa fattispecie. * Quando il ricatto è violenza sessuale? * Quando il ricatto sessuale è stalking? * Quando il ricatto sessuale è minaccia? * Quando il ricatto sessuale è revenge porn? Quando il ricatto è violenza sessuale? Chiedere un rapporto sessuale a una persona coartandone in qualsiasi modo la volontà, integra il reato di violenza sessuale. Non è necessario che l’uso della violenza o della minaccia sia contestuale al rapporto sessuale per tutto il tempo, dall’inizio fino al congiungimento: è sufficiente, invece, che il rapporto sessuale non voluto dalla parte offesa sia consumato anche solo approfittando dello stato di prostrazione, angoscia o diminuita resistenza in cui la vittima è ridotta. Il dissenso della vittima può essere desunto da una molteplicità di fattori anche a prescindere dalla esistenza di riscontri fisici sul corpo della vittima: è sufficiente la costrizione ad un consenso viziato. Quando il ricatto sessuale è stalking? Se una persona chiede insistentemente un rapporto sessuale a un’altra, con minacce di vario genere, ivi compresa la diffusione di materiale hard, può essere incriminato per il reato di stalking (la differenza rispetto alla violenza è che, in questo caso, il rapporto non viene consumato). È tuttavia necessario che la condotta del reo sia ripetuta nel tempo e che crei uno stato di grave timore o di ansia nella vittima o la costringa a cambiare le proprie abitudini. Quando il ricatto sessuale è minaccia? Nell’ipotesi in cui sia la vittima stessa a volere l’atto sessuale, chiedendo in cambio la cancellazione delle foto erotiche, allora si configura non più lo stalking né tantomeno la violenza sessuale (in quanto c’è consenso), ma il reato di minaccia. Nel caso esaminato dal Tribunale di Potenza con sentenza n. 468/2023, la vittima aveva dichiarato di essersi sottoposta a rapporti sessuali per timore della divulgazione di immagini compromettenti; per quanto la donna aveva voluto il rapporto, il suo consenso era stato effettivamente viziato da tale pressione. Quando il ricatto sessuale è revenge porn? Il fenomeno del revenge porn è stato affrontato con l’introduzione dell’articolo 612-ter nel Codice penale, grazie alla Legge 69/2019. Questa norma sanziona chiunque diffonda, ceda, pubblichi o distribuisca, senza il consenso della persona coinvolta, immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, acquisiti o prodotti in un contesto di intimità. Un esempio classico di revenge porn può essere quello di un ex partner che, a seguito della fine di una relazione, decide di pubblicare online delle foto o video intimi ricevuti durante il rapporto sentimentale. La vittima, spesso ignara della diffusione di tali materiali, si trova esposta a un grave danno reputazionale e psicologico. La legge prevede per i trasgressori una pena detentiva da 1 a 6 anni e una multa da 5.000 a 15.000 euro. La gravità della sanzione sottolinea l’intenzione del legislatore di contrastare con fermezza questo tipo di violazioni, riconoscendone l’alto potenziale lesivo. Al di là delle sanzioni penali, la legge intende garantire una tutela efficace alle vittime di revenge porn, consentendo loro di ottenere rapidamente la rimozione dei contenuti lesivi da internet e, in alcuni casi, il risarcimento del danno subito.
Cassazione, l’ex coniuge non viola la privacy se sbircia il conto in banca. IDFOX Investigazioni Bancarie
Cassazione, l’ex coniuge non viola la privacy se sbircia il conto in banca Chi deve pagare l’assegno di mantenimento non può più spacciarsi per povero. L’ex coniuge, infatti, ha diritto a sbirciare nel suo conto corrente senza per questo essere condannato al risarcimento del danno per violazione della privacy. È quanto si evince dall’ordinanza n. 20649 della Corte di cassazione. La vicenda riguarda un uomo che ha chiesto i danni alla ex moglie dopo che questa ha chiesto e ottenuto dalla banca l’estratto conto bancario.
Files informatici e dati Gps provenienti da un’autovettura sono acquisibili come ‘prova documentale’. IDFOX Investigazioni Difensive
Files informatici e dati Gps provenienti da un’autovettura sono acquisibili come ‘prova documentale’ I dati di tracciamento GPS ricevuti dalla polizia giudiziaria tramite mail (in formato excel) e provenienti da una autovettura che si trovava sul luogo di commissione del reato, seguono le consuete regole di acquisizione dei documenti previste dall’articolo 234 Cpp (Prova documentale). Lo ha chiarito una sentenza della Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di un vigilantes condannato dalla Corte di appello di Firenze a due anni e sei mesi di reclusione per il reato previsto dall’articolo 423 del Cp (Incendio).
Cassazione, legittima l’acquisizione e l’utilizzo di chat criptate acquisite all’estero. IDFOX Investigazioni Pèenali
Cassazione, legittima l’acquisizione e l’utilizzo di chat criptate acquisite all’estero Con due decisioni molto attese, per ora cristallizzate in altrettante informazioni provvisorie, Cassazione fissa una serie di regole per l’acquisizione e l’utilizzo di chat criptate acquisite all’estero attraverso ordine d’indagine europeo.Un caso assai diffuso nelle indagini contro grandi organizzazioni criminali e che aveva prodotto un contrasto interpretativo all’interno della stessa suprema corte.
Cassazione, l’investigatore ammesso solo per atti illeciti del lavoratore. IDFOX Investigazioni Aziendali
Cassazione, l’investigatore ammesso solo per atti illeciti del lavoratore Nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato le agenzie investigative operano lecitamente solo nel caso in cui la vigilanza sui dipendenti non sconfini in una forma di controllo occulto sull’attività lavorativa vera e propria, la quale può essere direttamente esercitata solo dal datore di lavoro e dai suoi collaboratori. Precisa la Cassazione (sentenza 15094/2018 ) che la vigilanza tramite agenzia investigativa deve necessariamente limitarsi agli atti illeciti del lavoratore che non siano riconducibili al mero inadempimento dell’obbligazione lavorativa. In altri termini, l’intervento degli investigatori può giustificarsi solo nel caso in cui sia stato commesso un illecito e vi sia la necessità di una verifica più approfondita per accertare il contenuto effettivo delle violazioni, oppure se vi sia un fondato sospetto che atti illeciti siano in corso di svolgimento.
Ammissibile l’utilizzo del sistema di videosorveglianza per comprovare l’inadempimento disciplinare del lavoratore.IDFOX Imvestigazioni Aziendali
Ammissibile l’utilizzo del sistema di videosorveglianza per comprovare l’inadempimento disciplinare del lavoratore Anche il sistema di videosorveglianza può essere utilizzato per comprovare l’inadempimento disciplinare del dipendente: non ha dubbi in proposito la Corte di Cassazione (Sentenza 8375/2023), che ne ha ritenuto ammissibile l’uso nonostante tale sistema rientri nell’ambito di applicazione dell’articolo 4, comma 2, dello statuto dei lavoratori, nella specie relativa a vicende ricadenti nel testo della norma anteriore alle modifiche apportate dal Jobs act.