INVESTIGAZIONI INTERNAZIONALI-Costi Speciali-Prezzi-Listino-Preventivi-Tariffario. Agenzia IDFOX Investgation
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Investigazioni Internazionali, Indagini Internazionali, Indagini all’estero. Quanto costano le Investigazioni Internazionali ? listino prezzi autorizzato, i costi giornalieri e le tariffe orarie applicate per un investigazione privata partono da un minimo di € 80 oltre iva e spese . Siamo sempre a Vostra disposizione in qualsiasi parte del Mondo! SINCE 1991 IDFOX SRL, organizzazione internazionale leader nella tecnologia più avanzata con oltre 30 anni di esperienza, con 400 corrispondenti online in 174 paesi nel mondo. Le indagini sono rivolte sia ai privati che alle aziende. L’agenzia IDFOX SRL è specializzata nelle indagini internazionali, servizi investigativi e security, sospetto infeleltà del partner ecc. 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Agency IDFOX is an italian private investigator licensed with a government license since 1991. IDFOX Agency Investigations ® is the number one investigating agency in Italy, leader for investigations in Italy. All our surveys and investigations are documented with a detailed reports and video footage. IDFOX Agency is a detective agency legally authorized and the owner is a detective with long and important experience that allows him to deal with any kind of investigation. Our work and our investigations in Italy are timely and effective. The detectives of our agency have gained experience at the most reliable investigation of reality that operate in synergy with staff from various military and police branches. They are therefore able to deal competently the work entrusted, guaranteeing always the result. Our main goal is “never leave our customers without answers”. We offer a quality/price ratio very beneficial and a guaranted level of confidentiality, privacy and absolute discretion. 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L’investigatore privato Max Maiellaro è il titolare dell’agenzia IDFOX, dopo un trascorso ricco di esperienze maturato nella Polizia di Stato, ha operato nel privato trasfondendo lo spirito di abnegazione e la maturata professionalità, sostanziandosi nel campo della sicurezza e operando in svariati settori, quali quelli dell’elettronica, della chimica, alta moda, meccanica, aeronautica, ferroviaria e, tutela marchi e brevetti in Italia e all’estero. In questi contesti, la professionalità è titolarità indispensabile per la concretizzazione dei risultati e l’eccellente attività dell’ agenzia IDFOX (r) è certificata dai numerosi e brillanti risultati, raccolti in campo civile e penale. Siamo inoltre accreditatri presso l’ordine degli avvocati di Milano. 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Il nuovo condono edilizio: tutte le novità e le misure. IDFOX Agenzia Investigativa Milano La “pace edilizia”: ecco in cosa consiste e quali abusi copre.
Il nuovo condono edilizio: tutte le novità e le misure. IDFOX Agenzia Investigativa Milano La “pace edilizia”: ecco in cosa consiste e quali abusi copre. Una “pace edilizia”: è questo il nome dato dal Ministro Salvini al nuovo condono edilizio che il Governo si appresta a varare. La sanatoria coprirà piccoli e grandi abusi edilizi di cui il patrimonio immobiliare italiano è pieno, specie quello all’interno dei centri storici. Scopo del nuovo condono è di consentire a numerosi proprietari di abitazioni al cui interno sono state realizzate opere senza permesso di costruire o in difformità dalla licenza edilizia di poter ristrutturare o vendere senza incappare nelle consuete difficoltà che la legge prevede in ipotesi del genere. Ma per chi vale la pace edilizia? Cosa copre il nuovo condono? Cerchiamo di fare il punto della situazione alla luce delle misure rese note direttamente sul sito del Ministero dei Traporti e delle Infrastrutture. Indice * Cosa copre il nuovo condono edilizio? * Obiettivi * Cosa potrebbe sanare il nuovo condono? * Cosa non copre la nuova pace edilizia? * Quando entrerà in vigore la nuova sanatoria? * Semplificazione della Conformità Edilizia * Adeguamento delle tolleranze costruttive * Dichiarazione di stato legittimo degli immobili * Costi della regolarizzazione * Situazioni tipiche * Quanti sono gli immobili interessati alla nuova sanatoria? * Critiche Cosa copre il nuovo condono edilizio? La pace edilizia consiste in «una serie di misure che mirano a regolarizzare le piccole difformità o le irregolarità strutturali che interessano, secondo uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri, quasi l’80% del patrimonio immobiliare italiano». Sarà possibile sanare: * le difformità di natura formale, legate alle incertezze interpretative della disciplina vigente; * le difformità edilizie interne, riguardanti singole unità immobiliari, a cui i proprietari hanno apportato lievi modifiche (tramezzi, soppalchi, etc.); * le difformità che potevano essere sanate all’epoca di realizzazione dell’intervento, ma non sanabili oggi a causa della modifica dei regolamenti urbanistici comunali (la legge infatti permette la sanatoria solo se sussiste la cosiddetta “doppia conforme” ossia la conformità dell’opera ai piani urbanistici in vigore all’epoca della realizzazione dell’opera e al momento della presentazione della domanda di sanatoria stessa). Sarà infine possibile autorizzare i cambi di destinazione d’uso degli immobili tra categorie omogenee. Sono dunque queste le linee di indirizzo – ha dichiarato il Ministero – su cui gli uffici si sono mossi a seguito anche delle proposte raccolte nelle precedenti riunioni sul tema e delle indicazioni degli enti locali che hanno sul tavolo centinaia di richieste di sanatoria che giacciono da tempo e attendono una definizione. In questo modo le stesse troveranno “soddisfazione” già a livello normativo statale e non necessiteranno più di approvazione da parte del Comune. Obiettivi L’obiettivo principale della pace edilizia è quello di: * smaltire il contenzioso edilizio: si stima che in Italia vi siano milioni di pratiche edilizie arretrate, che bloccano il mercato immobiliare e creano incertezza per i cittadini; * riqualificare il patrimonio edilizio: la regolarizzazione degli abusi edilizi potrebbe permettere di avviare interventi di riqualificazione energetica e di messa in sicurezza degli edifici; * fare cassa: il condono potrebbe generare entrate per le casse dello Stato. Cosa potrebbe sanare il nuovo condono? La pace edilizia comporterà la regolarizzazione di: * piccole difformità; * irregolarità degli immobili. Si tratta di elementi come tramezzi, soppalchi, finestre e aperture di vario tipo che, in migliaia di casi, risultano disallineati tra la documentazione depositata presso i Comuni e la realtà delle costruzioni. Questo crea rallentamenti amministrativi a livello dei municipi e, dal lato dei cittadini, problemi nella gestione e nell’utilizzo degli immobili, ad esempio al momento della vendita o della ristrutturazione. La pace edilizia potrebbe sanare diverse tipologie di abusi edilizi, tra cui: * interventi realizzati in assenza di permesso di costruire * interventi realizzati in difformità dal permesso di costruire * mancanza di autorizzazione paesaggistica * cambi di destinazione d’uso non autorizzati Cosa non copre la nuova pace edilizia? Probabilmente la pace edilizia non includerà: * abusi edilizi gravi * abusi edilizi in aree vincolate * edifici realizzati in zone a rischio sismico o idrogeologico. Quando entrerà in vigore la nuova sanatoria? Secondo il Ministero, la nuova pace edilizia dovrebbe entrare in vigore tra circa un mese. Semplificazione della Conformità Edilizia Un aspetto cruciale della proposta riguarda la revisione della cosiddetta “doppia conformità”. Attualmente, per regolarizzare opere realizzate senza autorizzazione o in difformità da permessi esistenti, è necessario che queste siano conformi sia alle normative vigenti al momento della loro realizzazione sia a quelle in atto al momento della richiesta di sanatoria. Questo requisito, spesso, rappresenta un ostacolo significativo per molte pratiche. La proposta del MIT è di rendere sufficiente la conformità in uno dei due periodi considerati, semplificando così il processo di regolarizzazione. Adeguamento delle tolleranze costruttive Un altro punto importante è l’adeguamento delle tolleranze costruttive. La normativa attuale prevede che le variazioni fino al 2% rispetto al titolo edilizio siano accettabili. Tuttavia, questa percentuale, sebbene ragionevole per costruzioni recenti, risulta spesso inadeguata per edifici più antichi, i quali possono presentare discrepanze maggiori a causa di standard costruttivi e progettuali meno precisi. Per questo motivo, si valuta l’opportunità di elevare la soglia di tolleranza, ad esempio al 5%, per gli edifici costruiti prima del 1985. Dichiarazione di stato legittimo degli immobili Il terzo punto riguarda la possibilità di riconoscere come legittimo lo stato di fatto degli immobili costruiti prima del 1967, periodo in cui non era prevista l’emissione di titoli edilizi. Questo consentirebbe di sanare piccole irregolarità interne, a patto di non includere situazioni di abuso grave. Costi della regolarizzazione La regolarizzazione di irregolarità edilizie non sarà esente da costi. L’idea è di calibrare l’onere economico in base al grado di deviazione dalle norme di conformità edilizia, assicurando che i costi riflettano l’entità delle difformità. Situazioni tipiche La proposta mira a intervenire su specifiche situazioni ricorrenti. Un esempio frequente è l’acquisto di un immobile la cui planimetria non corrisponde all’organizzazione effettiva degli spazi interni. In questi casi, si prevede la possibilità di regolarizzare la situazione, purché non
Qual è la differenza tra eredi legittimi e legittimari? IDFOX Agenzia Investigativa Milano Successione legittima e testamentaria: quali quote di eredità spettano ai familiari.
Qual è la differenza tra eredi legittimi e legittimari? IDFOX Agenzia Investigativa Milano Successione legittima e testamentaria: quali quote di eredità spettano ai familiari. Anche se i due termini possono apparire simili, c’è una profonda differenza tra eredi legittimi e legittimari. Difatti le espressioni vengono utilizzate in due diverse ipotesi di divisione dell’eredità: la prima (quella cioè degli eredi legittimi) quando non è stato fatto un testamento o questo è stato dichiarato nullo; la seconda (quella degli eredi legittimari) quando invece è stato rinvenuto il testamento. Per comprendere qual è la differenza tra eredi legittimi e legittimari bisogna partire da alcuni concetti base. Dobbiamo innanzitutto spiegare cos’è la successione legittima e quella testamentaria. Poi vedremo, nell’ambito di quest’ultima, cos’è la legittima. Ma procediamo con ordine. Indice * Differenza tra successione legittima e testamentaria * Cos’è la legittima * Differenza tra eredi legittimi ed eredi legittimari * Quali sono le quote degli eredi legittimari * Quali sono le quote degli eredi legittimi Differenza tra successione legittima e testamentaria Quando una persona muore e non ha fatto testamento, il suo patrimonio viene diviso secondo le disposizioni del Codice civile. Norme che privilegiano, nella ripartizione dei beni, i familiari più stretti o, se questi non ci sono o rinunciano all’eredità, quelli via via di grado più lontano. Tali regole sono note come successione legittima o “secondo legge”, proprio perché non tiene conto della volontà del de cuius (che non è stata mai espressa) ma delle norme del Codice civile. Al contrario, se il defunto ha lasciato testamento, si tiene innanzitutto in considerazione la sua volontà e quindi quanto espresso nel testamento stesso. In tal caso, si parla di successione testamentaria. Tuttavia, il testamento non è un atto completamente libero: bisogna infatti sempre lasciare una quota del proprio patrimonio al coniuge e ai figli o, in assenza dei figli, ai genitori. Tali soggetti sono chiamati eredi legittimari e la quota, che ad essi riserva la legge, si chiama legittima. Cos’è la legittima Per come abbiamo appena detto, la quota di legittima è quella parte del patrimonio del defunto – calcolata sulla base non solo di quanto da questi lasciato alla morte, ma anche di quanto donato in vita – deve necessariamente andare agli eredi legittimari. La residua parte del patrimonio, detta quota disponibile, può essere dal de cuius lasciata a chi preferisce. Differenza tra eredi legittimi ed eredi legittimari A questo punto apparirà già chiara la differenza tra eredi legittimi e legittimari, nonostante la somiglianza dei termini. Gli eredi legittimi sono coloro che, in presenza di una successione legittima (ossia senza testamento), ereditano i beni di una persona deceduta (de cuius) seguendo l’ordine di successione stabilito dal Codice civile. Questa categoria include il coniuge, i figli, i genitori, fratelli e sorelle. In loro mancanza, la successione si apre fino ai parenti entro il sesto grado. Se non ci sono neanche questi (o fanno un atto di rinuncia), l’eredità finisce allo Stato. Alcuni esempi chiariranno meglio la situazione. A fine articolo indicheremo poi, in due diverse tabelle, chi sono gli eredi legittimi e quali invece gli eredi legittimari. Iniziamo dagli esempi pratici. Tizio muore senza testamento, lasciando in vita la moglie e due figli. In questo caso, gli eredi legittimi saranno la moglie e i due figli, che concorreranno alla divisione dell’eredità in quote stabilite dalla legge. Eventuali fratelli o sorelle non avranno diritto a nulla. Invece se Tizio muore senza essersi sposato e senza avere avuto figli, tutta la sua eredità verrà divisa tra genitori, fratelli e sorelle. Dall’altro lato, gli eredi legittimari o, più semplicemente, i legittimari, rappresentano una sottocategoria degli eredi legittimi a cui la legge riserva una parte obbligatoria dell’eredità, nota come “quota di legittima”. Questa disposizione tutela i familiari più stretti del defunto, assicurando loro una porzione minima del patrimonio indipendentemente dalle volontà espresse in un testamento. Tizio muore, ma prima di morire ha lasciato tutto il suo patrimonio in donazione alla badante. Il figlio Caio è erede legittimario e pertanto può impugnare le donazioni che il padre ha fatto alla badante per ottenere la sua quota di legittima. Tizio muore e lascia un testamento. In esso indica come eredi di tre case i suoi due figli, mentre alla moglie lascia solo un conto in banca con 3mila euro. La moglie può agire contro i figli per ottenere la sua quota di legittima. La confusione tra questi due termini deriva non solo dalla loro somiglianza linguistica, ma anche dal fatto che chi è erede legittimario è anche erede legittimo. Mentre invece non tutti gli eredi legittimi sono anche legittimari (si pensi ai fratelli e sorelle, a cui non spetta mai una quota minima di eredità in presenza di testamento). Quali sono le quote degli eredi legittimari Se chi muore lascia Quote legittima Quota disponibile Solo il coniuge ½ al coniuge ½ Il coniuge e un figlio 1/3 al coniuge; 1/3 al figlio 1/3 Il coniuge e due o più figli 1/4 al coniuge; 2/4 ai figli ¼ Solo il figlio (senza coniuge) ½ al figlio ½ Solo due o più figli (senza coniuge) 2/3 ai figli 1/3 Solo ascendenti legittimi 1/3 agli ascendenti 2/3 Il coniuge e ascendenti legittimi (senza figli) ½ al coniuge; ¼ agli ascendenti 1/4 Il coniuge separato Ha gli stessi diritti del coniuge non separato salvo abbia subito l’addebito Quali sono le quote degli eredi legittimi Se chi muore lascia Quote del patrimonio spettanti a Solo il coniuge, senza altri eredi (figli, ascendenti, fratelli e sorelle) Tutta l’eredità al coniuge Il coniuge e un figlio ½ al coniuge; ½ al figlio Il coniuge e due o più figli 1/3 al coniuge; 2/3 ai figli Il coniuge ed ascendenti o fratelli e sorelle (senza figli) 2/3 al coniuge; 1/3 ad ascendenti – fratelli e sorelle Solo il figlio (senza coniuge) Tutta l’eredità al figlio Solo ascendenti ½ agli ascendenti in linea paterna; ½ agli ascendenti in linea materna Solo fratelli e sorelle Una quota ciascuno in parti uguali; i fratelli e le sorelle
Come dimostrare che l’ex non ha mai voluto lavorare? IDFOX Agenzia Investigativa Milano Come non versare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge: quando e come fornire la prova che lo stato di disoccupazione è volontario.
Come dimostrare che l’ex non ha mai voluto lavorare? IDFOX Agenzia Investigativa Milano Come non versare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge: quando e come fornire la prova che lo stato di disoccupazione è volontario. In caso di separazione o divorzio, il giudice riconosce sempre l’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge che non ha lavorato per dedicarsi alla famiglia. Ma a una sola condizione: che tale volontà sia frutto di una scelta condivisa tra i due. Chi decide di restare a casa per propria scelta non ha diritto a nulla. Ora la Cassazione ha spiegato come dimostrare che l’ex non ha mai voluto lavorare: una prova non sempre facile visto che, il più delle volte, queste discussioni si consumano all’interno delle quattro mura domestiche e non viene certo sottoscritto un accordo. In questo articolo vedremo, pertanto, come evitare di pagare l’assegno di mantenimento all’ex disoccupato/a. Ma procediamo con ordine. Indice * Quando non spetta l’assegno di divorzio * Come non versare il mantenimento all’ex coniuge * Come dimostrare che l’ex coniuge non ha mai voluto lavorare? Quando non spetta l’assegno di divorzio Il mantenimento, dopo il divorzio, non è dovuto quando il coniuge richiedente: * ha comunque la capacità di mantenersi da solo, la cosiddetta autosufficienza economica (si pensi a una donna con un contratto di insegnante); * ha subìto il cosiddetto “addebito” nella causa di separazione, ossia il giudice lo ha ritenuto colpevole per aver violato i doveri del matrimonio (fedeltà, coabitazione, assistenza, collaborazione); * ha un contratto part-time che potrebbe estendere a full time e non lo fa per propria scelta; * è disoccupato perché non ha mai voluto lavorare o comunque non si è impegnato nella ricerca di un posto o di una propria indipendenza economica. Al contrario, il mantenimento è sempre dovuto quando il coniuge richiedente: * ha superato l’età lavorativa e non potrebbe più occuparsi (all’incirca 40 anni); * ha una disabilità che gli impedisce di lavorare; * ha sacrificato la propria carriera lavorativa per badare alla famiglia, alla casa e ai figli, anche se per mezza giornata. Come non versare il mantenimento all’ex coniuge Per non versare l’assegno di mantenimento è necessario: * nel caso di addebito, che la prova della condotta colpevole sia data dal soggetto al quale viene chiesto l’assegno; * in tutti gli altri casi, che il coniuge richiedente dimostri: a) la propria insufficienza economica e quindi l’incapacità a mantenersi; b) che tale incapacità non dipenda da propria colpa. Come visto, l’onere della prova è diversamente ripartito a seconda della situazione. Di norma quindi è chi chiede l’assegno divorzile a dover dimostrare al giudice di possedere uno dei requisiti che gli consentono di ottenere il sussidio. Come dimostrare che l’ex coniuge non ha mai voluto lavorare? A questo punto, se chi chiede l’assegno fornisce la prova di aver fatto da “casalinga”, spetta all’altro dimostrare che tale scelta è stata unilaterale ossia non condivisa. Ma come dimostrare che l’ex è voluto restare disoccupato per propria scelta? Di certo è possibile produrre registrazioni ottenute in casa, anche senza il consenso dell’ex che non sapeva di essere registrato. La conversazione può essere oggetto di memorizzazione su un supporto digitale senza che ciò costituisca violazione della privacy, benché avvenuta all’interno della comune dimora. Non solo: secondo la Cassazione (sent. n. 8897/2024) è possibile altresì fornire la prova di tali circostanze con testimonianze da parte di terzi che abbiano sentito con le proprie orecchie le dichiarazioni del coniuge disoccupato. Secondo infatti la Corte, il giudice «non può negare la prova orale volta a dimostrare che l’ex coniuge si è sempre rifiutato di lavorare». Con questo principio, i giudici hanno accolto il ricorso di un uomo che era stato condannato a versare l’assegno di divorzio in favore dell’ex moglie. Il primo aveva inteso dimostrare con testimoni non solo la disaffezione della donna nei confronti del marito e dei figli e il disinteresse della medesima per la cura della casa e per il disbrigo delle faccende domestiche, ma anche la circostanza relativa alla scelta volontaria – da parte della stessa signora – di non svolgere attività lavorativa successivamente al matrimonio e al suo rifiuto di accettare proposte lavorative. La Suprema corte, nell’accogliere la domanda, ha rilevato che le dichiarazioni dei testimoni si possono rivelare del tutto decisive ai fini della decisione.
Notifica dell’avviso di accertamento e mancato deposito del Cad: conseguenze E’ nulla la notifica di un atto giudiziario eseguita a mezzo del servizio postale se, in caso di temporanea assenza del destinatario, il notificante non produce l’avviso di ricevimento della raccomandata contenente la comunicazione di avvenuto deposito (Cad).
Notifica dell’avviso di accertamento e mancato deposito del Cad: conseguenze E’ nulla la notifica di un atto giudiziario eseguita a mezzo del servizio postale se, in caso di temporanea assenza del destinatario, il notificante non produce l’avviso di ricevimento della raccomandata contenente la comunicazione di avvenuto deposito (Cad). Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza 6352, pubblicata l’8 marzo 2024. IL CASO: La vicenda esaminata trae origine dal ricorso promosso da una contribuente avverso un avviso di intimazione di pagamento notificatole dall’agenzia della riscossione conseguente ad un avviso di accertamento esecutivo relativo a tributi Irpef e Irap. Con il ricorso, la contribuente deduceva l’invalidità dell’intimazione per non aver ricevuto il necessario podromico avviso di accertamento. La Commissione Tributaria Provinciale adita dava torto alla contribuente, rigettando il ricorso. Dello stesso avviso la Commissione Tributaria Regionale che, pronunciandosi sul gravame proposto dalla contribuente, lo rigettava, confermando la decisione di primo grado. Pertanto, l’indomita contribuente investiva della questione la Corte di Cassazione, deducendo, fra i vari motivi del ricorso, la violazione dell’art. 8 della legge n. 890 del 1982, per avere la Commissione Tributaria Regionale erroneamente ritenuto valida la notificazione dell’avviso di accertamento che era stata eseguita a mezzo del servizio postale per assenza del destinatario al momento del tentativo di consegna del plico, senza la prova della notificazione di avvenuto deposito (CAD), per avere ritenuto non indispensabile, ai fini di fornire la prova della corretta notificazione postale dell’avviso di accertamento, la produzione della cartolina attestante il suo avvenuto deposito e/o la prova della sua ricezione. Continua in: Notifica dell’avviso di accertamento e mancato deposito del Cad: conseguenze LA DECISIONE: Il ricorso della contribuente è stato ritenuto fondato dalla Cassazione la quale nell’accoglierlo, decidendo nel merito ha annullato l’avviso di intimazione originariamente impugnato in quanto la sua notifica non era stata preceduta dalla rituale notificazione del prodromico avviso di accertamento. Continua in: Notifica dell’avviso di accertamento e mancato deposito del Cad: conseguenze Gli Ermellini, nel decidere la vertenza, hanno richiamato il principio affermato dalle Sezioni Unite con la sentenza 10012 del 15 aprile 2021 secondo il quale: “in tema di notifica di un atto impositivo ovvero processuale tramite servizio postale, qualora l’atto notificando non venga consegnato al destinatario per rifiuto a riceverlo ovvero per sua temporanea assenza ovvero per assenza o inidoneità di altre persone a riceverlo, la prova del perfezionamento del procedimento notificatorio può essere data dal notificante – Continua in: Notifica dell’avviso di accertamento e mancato deposito del Cad: conseguenze in base ad un’interpretazione costituzionalmente orientata (artt. 24 e 111, comma 2, Cost.) dell’art. 8 della l. n. 890 del 1982 – esclusivamente attraverso la produzione in giudizio dell’avviso di ricevimento della raccomandata contenente la comunicazione di avvenuto deposito (cd. C.A.D.), non essendo a tal fine sufficiente la prova dell’avvenuta spedizione della suddetta raccomandata informativa”. Cassazione civile ordinanza 6352 2024
Chi risarcisce per una caduta dalle scale condominiali? IDFOX Agenzia Investigativa Milano Il condominio può essere obbligato a pagare i danni per chi scivola sul liquido lasciato sui gradini delle scale.
Chi risarcisce per una caduta dalle scale condominiali? IDFOX Agenzia Investigativa Milano Il condominio può essere obbligato a pagare i danni per chi scivola sul liquido lasciato sui gradini delle scale. La sicurezza all’interno degli edifici condominiali è di fondamentale importanza, specialmente nelle aree comuni come le scale. Tuttavia la norma che regola il risarcimento per i danni derivanti da cose – in particolare quelle “statiche” come i gradini di una scala – prevede un’esenzione di responsabilità del proprietario tutte le volte in cui la vittima non ha prestato sufficiente attenzione alla situazione di pericolo. La disposizione in questione è l’articolo 2051 del Codice civile. Ed allora chi risarcisce per una caduta dalle scale condominiali? Una recente sentenza del Tribunale di Napoli Nord mette in luce la responsabilità del condominio in caso di incidenti causati da mancata vigilanza o cattiva gestione delle aree comuni. Esaminiamo i fatti e le conseguenze legali di questo caso. Indice * Come è avvenuto l’incidente? * Quando il condominio è responsabile per la caduta sulle scale? * Perché il condominio è responsabile? * Quali prove fornire per farsi risarcire? Come è avvenuto l’incidente? Una donna è inciampata e caduta dalle scale del suo condominio a causa di una macchia di liquido trasparente su uno scalino. L’incidente, avvenuto di sera, è stato aggravato dall’illuminazione insufficiente della scala, che prevedeva un pulsante di accensione per ogni pianerottolo. Nonostante la presenza di corrimano e gradini, che peraltro erano in buon stato di manutenzione, l’oleosità della sostanza e la sua invisibilità hanno causato la caduta. E sono proprio questi i fattori più rilevanti per stabilire chi risarcisce per una caduta dalle scale in condominio. Difatti, come vedremo a breve, il custode della cosa da cui deriva il danno può invocare il cosiddetto “caso fortuito” tutte le volte in cui l’infortunio è dipeso da un fatto imprevedibile e inevitabile come una inscusabile disattenzione del danneggiato. Quando il condominio è responsabile per la caduta sulle scale? Dicevamo che la norma contenente la disciplina per i danni causati a terzi da cose di proprietà altrui è l’articolo 2051 del Codice civile. In esso si stabilisce che chi ha la disponibilità di una cosa da cui derivano danni a terzi deve risarcirli, a meno che non dimostri che l’evento si è verificato per un “caso fortuito”. In parole semplici, ciò significa che il proprietario o il custode (nel nostro caso, il condominio) è responsabile se l’oggetto determina un danno a qualcuno, a patto che non dimostri che lo stesso è stato causato da un evento imprevedibile e inevitabile. Il caso fortuito è un evento: * imprevedibile: non poteva essere ragionevolmente previsto dal proprietario prima che esso si verificasse; * inevitabile: non poteva essere scongiurato dal proprietario, nemmeno con la massima diligenza. Ma nel caso di una caduta da una scala da cosa è rappresentato il caso fortuito? Potrebbe trattarsi di un gradino rottosi pochi minuti prima, senza che vi fosse il tempo di intervenire e recintare l’area. Oppure – più frequente – potrebbe essere la condotta imprudente del danneggiato che, nonostante la facile visibilità della situazione di pericolo, la ignora e procede velocemente, senza le dovute cautele. Dunque, ai fini del risarcimento per la scivolata sui gradini, è sufficiente che la causa non fosse facilmente visibile, come succede con la cera o con un liquido trasparente. Proprio sulla scorta di tali motivi, il Tribunale di Napoli Nord, con la sentenza n. 1603 del 27 marzo 2024, ha stabilito che il condominio deve risarcire il danno subito dalla donna. La motivazione si è basata sull’incapacità dell’ente di gestione condominiale di dimostrare il caso fortuito come unica causa dell’incidente, come previsto dall’articolo 2051 del Codice civile. Perché il condominio è responsabile? La responsabilità del condominio deriva dal suo ruolo di custode delle aree comuni. L’amministratore del condominio non ha fornito prove sufficienti per escludere la negligenza nella gestione della sicurezza delle scale, limitandosi a dichiarare che la pulizia avveniva soltanto una volta a settimana. Quali prove fornire per farsi risarcire? Il danneggiato non può limitarsi a dedurre di essere caduto e a documentare i danni fisici. Se si fermasse a tali prove perderebbe la causa. Egli deve anche dimostrare che le lesioni certificate dal pronto soccorso sono state causate, solo e unicamente, dalla caduta in condominio. E a tal fine non c’è altro modo di rispettare l’onere della prova, se non con testimonianze dei presenti che abbiano visto la vittima cadere proprio a causa delle scale scivolose. Così è andata nel caso deciso dal Tribunale di Napoli. Le testimonianze degli amici della donna, presenti al momento dell’incidente, hanno confermato l’invisibilità della macchia oleosa sul gradino di granito grigio. Questo ha escluso la possibilità che la caduta fosse dovuta a un uso improprio o a una condotta negligente da parte della vittima. La donna, che ha subito la deviazione del setto nasale e ha dovuto affrontare un intervento chirurgico, è stata risarcita con oltre 4.300 euro per il danno biologico riportato. La sentenza, però, non ha riconosciuto il danno morale, in assenza di prove concrete sull’impatto emotivo della lesione.
Chi può svolgere attività stragiudiziale? IDFOX Agenzia Investigativa Milano Quali sono le attività stragiudiziali vietate a chi non è avvocato e quando si rischia il reato di esercizio abusivo della professione.
Chi può svolgere attività stragiudiziale? IDFOX Agenzia Investigativa Milano Quali sono le attività stragiudiziali vietate a chi non è avvocato e quando si rischia il reato di esercizio abusivo della professione. A fornire consulenze legali può essere chiunque, anche chi non è avvocato. Ben potrebbero dare pareri in materie giuridiche quindi un commercialista, un agente immobiliare, un consulente del lavoro e persino chi non è iscritto in albi professionali (così Cass. sent. n. 12840/2006). Diverso è invece il discorso per le attività che, pur non costituendo ancora esercizio vero e proprio di un’azione giudiziale, sono prodromiche e funzionali ad essa. Cerchiamo di comprendere, più nel dettaglio, chi può svolgere attività stragiudiziale partendo dal fornire una definizione di “attività giudiziale”: cosa si intende con questo termine e cosa ricomprende? Procediamo con ordine. Indice * Cos’è l’attività stragiudiziale * Quali attività stragiudiziali deve fare l’avvocato? * Quali attività sono riservate agli avvocati Cos’è l’attività stragiudiziale In generale l’attività stragiudiziale è tutta quella che, seppur avente ad oggetto la difesa o l’assistenza legale di un soggetto, non avviene nell’ambito di una procedura in Tribunale. Quindi vi rientrano innanzitutto la redazione di un parere scritto o di un contratto, ma anche la richiesta di un risarcimento all’assicurazione dopo un incidente stradale, una lettera di diffida al debitore che interrompa la prescrizione (o la risposta a una diffida), una denuncia o una querela, una transazione con la controparte, l’assistenza di un lavoratore dinanzi al sindacato o all’Ispettorato territoriale del lavoro e così via. Tali attività stragiudiziali si contrappongono alle attività giudiziali che sono invece quelle attinenti al processo vero e proprio quali, ad esempio, la redazione di atti di causa, la partecipazione alle udienze, il pignoramento, l’assistenza in mediazione. Tali compiti sono riservati unicamente agli avvocati e chi li svolge, pur senza il titolo, commette il reato di esercizio abusivo della professione. Approfondimenti: Consulenza legale: la può dare chi non è avvocato? Quali attività stragiudiziali deve fare l’avvocato? La giurisprudenza distingue, all’interno delle attività stragiudiziali, alcune che solo l’avvocato può compiere ed altre invece che, come detto in apertura, può svolgere chiunque, purché chiaramente dotato della competenza tecnica. Con la sentenza n. 13341/2024, la Cassazione ha chiarito che sono riservate agli avvocati le attività stragiudiziali “connesse o strettamente prodromiche” ad un contenzioso civilistico. Quindi, a titolo esemplificativo, non è consentito a chi non ha il titolo di avvocato: * portare avanti una transazione stragiudiziale in una controversia per il risarcimento dei danni; * fare una diffida ai debitori morosi con l’avvertimento dell’azione legale (salvo poi farsi da parte adducendo motivi di una riorganizzazione dello studio); * compiere attività di recupero crediti, sempre portata avanti nella prospettiva di svolgere azioni legali; * partecipare a un incontro di mediazione “obbligatoria”. Secondo la Suprema Corte, integra il reato di esercizio abusivo di una professione (previsto dall’art. 348 cod. pen.), il compimento senza titolo di avvocato di quegli atti che, «pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva a una determinata professione, siano univocamente individuati come di competenza specifica di essa, allorché lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato». Non commette invece il reato di esercizio abusivo della professione «il soggetto che si limiti all’occasionale compimento di una attività stragiudiziale. Difatti una prestazione isolata non può essere sintomatica di un’attività svolta in forma professionale, in modo continuativo, sistematico ed organizzato». Quali attività sono riservate agli avvocati La Legge 31 dicembre 2012, n. 247 («Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense»), all’art. 2, comma 5, stabilisce che sono attività esclusive dell’avvocato, fatti salvi i casi espressamente previsti dalla legge, l’assistenza, la rappresentanza e la difesa nei giudizi davanti a tutti gli organi giurisdizionali e nell’arbitrato rituale. Infine, come detto sopra, l’attività professionale di consulenza legale e di assistenza legale stragiudiziale, ove connessa all’attività giurisdizionale, se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato, è di competenza degli avvocati. Così, tornando al caso concreto, la Corte, ha ritenuto ravvisato l’abusivo esercizio “nell’attività stragiudiziale, rientrante nella professione legale, portata avanti dalla ricorrente con continuità, organizzazione, onerosità e con modalità tali da creare le apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato (come l’uso della carta intestata a nome di avvocato …)”.
Risarcimento per stress lavorativo: la guida completa. IDFOX Agenzia Investigativa Milano
Risarcimento per stress lavorativo: la guida completa. IDFOX Agenzia Investigativa Milano Risarcimento danni per stress lavoro-correlato. Secondo la Cassazione non rileva se si tratti di mobbing o straining: quel che conta è la violazione dell’obbligo di tutelare la salute del dipendente. In un mondo dove le pressioni lavorative sono all’ordine del giorno e gli obiettivi di risultato sono condizione per fare carriera, sempre più lavoratori si trovano a fare i conti con lo straining o “stress lavoro correlato”, che può sfociare in sindromi ansiose e, a volte, depressive. Ebbene, cosa fare quando il carico di lavoro diventa insostenibile e le sue conseguenze si riflettono sulla salute psicofisica del dipendente? In questa guida ci focalizzeremo proprio sul risarcimento per stress lavorativo e vedremo come la giurisprudenza riconosca, in ipotesi del genere, la causa di servizio. Indice * Cos’è lo straining e come ti riguarda? * Il diritto al risarcimento * Come avviare la tua causa di servizio * Obbligo del datore di garantire la salute sul lavoro * La conflittualità nell’ambiente di lavoro * Cos’è lo straining * Quando c’è straining? * In assenza di mobbing, il giudice deve qualificare la domanda come straining Cos’è lo straining e come ti riguarda? Lo straining si manifesta quando il lavoro diventa una fonte di stanchezza cronica, a causa di carichi eccessivi, mansioni logoranti, orari insostenibili o ambienti poco stimolanti. Può portare a: * ansia e stress; * disturbi del sonno e depressione; * diminuzione della produttività. La legge è chiara: il datore di lavoro ha l’obbligo di proteggere l’integrità fisica e mentale dei suoi dipendenti, evitando condizioni lavorative che possano nuocere alla loro salute (art. 2087 cod. civ.). Il diritto al risarcimento Se lo stress lavorativo ha compromesso il tuo benessere, sappi che hai il diritto di chiedere un risarcimento. Non è necessario dimostrare una situazione di mobbing e quindi la malafede del datore di lavoro. Non devi fornire la prova che questi ti sta perseguitato. La Cassazione ha stabilito che, anche in assenza di prove del mobbing da parte del datore, il lavoratore ha diritto al risarcimento se riesce a dimostrare che il proprio malessere è una diretta conseguenza delle condizioni di lavoro (devi cioè dimostrare il cosiddetto “rapporto di causalità”). Come avviare la tua causa di servizio Per intraprendere la causa di servizio contro l’azienda, avrai bisogno di: * certificazione medica che attesti la tua condizione di stress lavoro-correlato; * prove documentali o testimonianze che evidenzino le condizioni di lavoro stressogene (straordinari oltre le 48 ore settimanali, negazione di ferie e riposi, lavoro notturno continuo ecc.). Ricorda, la legge è dalla tua parte. La normativa vigente, compresi l’art. 28 del T.U. n. 81 del 2008 e l’art. 2087 del Codice civile, impongono al datore di valutare e prevenire i rischi per la salute dei lavoratori, stress lavoro-correlato incluso. La giurisprudenza ha riconosciuto in diverse occasioni il diritto al risarcimento per malattie professionali derivanti da stress lavorativo, sia nel settore privato che in quello pubblico. La protezione del benessere psicologico e della personalità del dipendente costituisce – dunque – un preciso dovere del datore di lavoro a garanzia di un ambiente lavorativo sereno, in grado di favorire il pieno sviluppo delle professionalità. Non a caso, ribadendo il principio contenuto nel più volte citato articoli 2087 del Codice civile, il D.Lgs. 09 aprile 2008, n. 81 («Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro») – accogliendo la definizione di “salute” fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità quale «stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità» – ha esplicitamente collocato fra i “pericoli” lavorativi che ogni datore di lavoro è obbligato a verificare quelli «riguardanti i gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004, e quelli riguardanti le lavoratrici in stato di gravidanza (…), nonché quelli connessi alla differenze di genere». Obbligo del datore di garantire la salute sul lavoro La salute del lavoratore non riguarda solo il benessere fisico ma abbraccia ogni aspetto dell’integrità personale, inclusi la qualità della vita, la dignità e lo stato psicologico. La nostra Costituzione, con gli articoli 2, 3 e 32, sancisce chiaramente che il diritto alla salute è fondamentale e inviolabile, non solo come diritto individuale di ogni cittadino-lavoratore, ma anche come valore imprescindibile per la collettività. In questo contesto, l’articolo 41, comma 2, della Costituzione delinea un principio fondamentale: l’iniziativa economica, sebbene libera, non può prescindere dalla sicurezza, dalla salute e dal rispetto della dignità umana dei lavoratori. L’articolo 2087 del Codice civile pone un obbligo chiaro al datore di lavoro: non solo rispettare le misure di sicurezza specifiche previste dalla legge per determinate attività, ma anche adottare tutte quelle iniziative aggiuntive necessarie a fronteggiare i rischi specifici legati all’ambiente lavorativo. Questo obbligo si basa su tre pilastri fondamentali: * la particolarità del lavoro: ogni ambiente lavorativo è unico e presenta sfide specifiche che richiedono soluzioni su misura per garantire la sicurezza e il benessere dei lavoratori; * l’esperienza: la storia e l’esperienza accumulata nel tempo nel settore di riferimento offrono preziose indicazioni su come migliorare continuamente le condizioni di lavoro; * la tecnica: l’innovazione tecnologica e l’avanzamento delle metodologie di lavoro devono essere sempre orientati a migliorare la sicurezza e il benessere sul posto di lavoro. La normativa non si ferma alle disposizioni generali, ma richiede un impegno attivo e costante da parte dei datori di lavoro per individuare e implementare le soluzioni più efficaci per la tutela della salute dei lavoratori. In questo modo, la legge riconosce e valorizza l’importanza di un ambiente lavorativo sicuro, rispettoso e dignitoso, pilastro fondamentale per lo sviluppo sostenibile dell’attività economica e per il benessere della società nel suo insieme. La conflittualità nell’ambiente di lavoro L’ambiente lavorativo è un tessuto complesso di relazioni e interazioni, che richiede una gestione attenta e sensibile per prevenire l’insorgere di dinamiche potenzialmente dannose. Quest’ultime, se trascurate, possono minare non solo il benessere
Registrazione di una conversazione: si può usare in giudizio. IDFOX Agenzia Investigazioni Private Milano.
Registrazione di una conversazione: si può usare in giudizio. IDFOX Agenzia Investigazioni Private Milano.Per la Cassazione, la registrazione fonografica di una conversazione, svoltasi tra presenti ad opera di un soggetto che ne sia partecipe, non è riconducibile, anche se realizzata clandestinamente, ad intercettazione Nel caso in esame, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 10079/2024 (sotto allegata), è stata chiamata a pronunciarsi, per quanto qui rileva, in ordine all’utilizzabilità delle dichiarazioni confessorie rese dall’imputato nel corso del colloquio telefonico con la figlia e in sede di espletamento dell’incarico peritale. Tale utilizzo, a detta dell’imputato, era inammissibile. Rispetto a tale contestazione la Corte ha rilevato la manifesta infondatezza del motivo d’impugnazione posto che “le intercettazioni regolate dagli artt. 266 e segg. cod. proc. pen. consistono nella captazione occulta e contestuale di una comunicazione o conversazione tra due o più soggetti che agiscano con l’intenzione di escludere altri e con modalità oggettivamente idonee allo scopo”. Posto quanto sopra, la Corte ha affermato che “la registrazione fonografica di un colloquio, svoltosi tra presenti o mediante strumenti di trasmissione, ad opera di un soggetto che ne sia partecipe, o comunque sia ammesso ad assistervi, non è riconducibile, quantunque eseguita clandestinamente, alla nozione di intercettazione, ma costituisce forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, della quale l’autore può disporre legittimamente, anche a fini di prova nel processo”. La Corte ha concluso il proprio esame dichiarando inammissibile il ricorso e condannando il ricorrente alle spese processuali. Scarica pdf Cass. n. 10079/2024
Volo in ritardo: il passeggero deve provare il danno IDFOX Agenzia Investigazioni Private Milano.
Volo in ritardo: il passeggero deve provare il danno IDFOX Agenzia Investigazioni Private Milano. Cassazione, se il volo è in ritardo per i relativi danni vale il principio generale secondo cui il debitore risponde (solo) dei danni che costituiscono conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento Il ritardo prolungato del volo La controversia in esame traeva origine dalla domanda, avanzata dal passeggero di un volo di linea, per ottenere il risarcimento dei danni dallo stesso lamentati a causa del ritardo di molte ore del volo. Nella specie, in ragione di tale ritardo prolungato, il richiedente aveva perso la coincidenza con altro volo, poiché costretto a partire il giorno successivo a quello inizialmente programmato e giungendo a destinazione con 13 ore complessive di ritardo. Il giudice di pace aveva accolto la domanda avanzata dal passeggero, ritenendo applicabile la tutela prevista dal regolamento CE 261/04 e aveva altresì quantificato in via forfettaria l’indennizzo da volo in ritardo di oltre 3 ore in euro 600,00, applicando la disciplina euro unitaria in via analogica ai trasporti internazionali di persone. Nelle more del giudizio di secondo grado era intervenuta la sentenza n. 9474/2021 della Suprema Corte, la quale aveva stabilito l’inapplicabilità della disciplina comunitaria per i voli internazionali in assenza della dimostrazione di un effettivo danno patito, negando quindi l’ammissibilità di un indennizzo pari a quello di cui all’articolo 7.1 regolamento 261/2004. Prova del danno da ritardo del volo La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 6646/2024, ha rigettato il ricorso proposto, condannando il ricorrente al pagamento delle spese. Per quanto qui rileva, la Corte ha ripercorso la giurisprudenza formatasi sul punto, secondo la quale “in tema di trasporto aereo internazionale, gli artt. 5 e 7 del Regolamento CE n. 261 del 2004, nel prevedere a favore dei passeggeri un ristoro indennitario per il caso di cancellazione del volo (nonché, secondo la giurisprudenza europea, per il caso di ritardo superiore a tre ore), indipendentemente dall’esistenza di un effettivo pregiudizio, configurano una disciplina speciale che si applica, ai sensi dell’art. 3, par. 1, del Regolamento medesimo, ai passeggeri in partenza da un aeroporto situato nel territorio di uno Stato membro e a quelli in partenza da un aeroporto situato in un paese terzo con destinazione in un aeroporto situato nel territorio di uno Stato membro, se il vettore aereo operativo è un vettore Corte di Cassazione – copia non ufficiale 6 di 6 dell’Unione”. Sulla scorta della suddetta normativa ed interpretazione giurisprudenziale, la Corte ha rilevato che “la suddetta disciplina non è analogicamente estensibile oltre i predetti casi, al di fuori dei quali resta applicabile il principio generale di cui agli artt. 1223 e 2697 c.c., secondo cui il debitore inadempiente risponde (solo) dei danni che costituiscono conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, mentre il creditore è onerato della prova tanto delle conseguenze dannose quanto del loro collegamento causale con la condotta del debitore, secondo il nesso di cd. causalità giuridica”. Per i motivi sopra rappresentati, la Suprema Corte ha dunque rigettato il ricorso proposto.